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Con Kimi il Mondiale si può decidere in Messico per la sesta volta dopo Surtees, Hulme, G.Hill e Hamilton due volte

MexicanGp

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Kimi Antonelli potrebbe essere il quinto pilota ad aggiudicarsi il campionato del Mondo a Città del Messico sulla pista dedicata ai fratelli Rodriguez. Finora il campionato si è chiuso festeggiando a Tequila in cinque occasioni (Hamilton addirittura in due occasioni). Solo Graham Hill vinse il titolo conquistando anche la gara… Gli altri si accontentarono dei piazzamenti

La prima volta su nel 1964, con una Ferrari blu e un sorpasso regalato. L’ultima nel 2018, con Hamilton. Ora Antonelli può diventare il sesto e riportare il titolo in Italia dopo 73 anni.

Il Messico non è soltanto il paese dei mariachi, della tequila e di una Formula 1 che corre a oltre duemila metri sul livello del mare. È anche una delle capitali mondiali delle incoronazioni. Cinque volte il Mondiale di Formula 1 ha trovato il suo padrone tra le curve dell’autodromo Hermanos Rodríguez, un circuito che sembra fatto apposta per trasformare una corsa automobilistica in un romanzo.

Ci sono stati un sorpasso regalato, un campione battuto dal proprio allievo, una squadra che cercava di sopravvivere alla morte del suo fuoriclasse e un pilota che ha festeggiato due titoli senza nemmeno salire sul podio. Adesso il Messico aspetta Andrea Kimi Antonelli, che dopo il successo di Austin ha bisogno soltanto di due punti per diventare il più giovane campione del mondo della storia e restituire all’Italia una corona che manca dal 1953, dai tempi di Alberto Ascari.

Il primo a scoprire che in Messico si poteva vincere un Mondiale senza vincere il Gran Premio fu John Surtees, nel 1964. Era un personaggio che oggi sembrerebbe inventato da uno sceneggiatore poco rispettoso della realtà. Aveva già conquistato sette titoli mondiali sulle motociclette, poi aveva deciso di passare alle quattro ruote, giusto per dimostrare che andare forte era una questione di talento e non di numero di pneumatici. Enzo Ferrari lo aveva accolto a Maranello e quell’anno il titolo si giocava nell’ultima gara con Graham Hill e Jim Clark. Tre inglesi, tre caratteri diversissimi e un campionato che sarebbe rimasto aperto fino agli ultimi metri.

Clark stava dominando con la Lotus, ma il motore lo tradì a un giro dalla fine. Graham Hill era stato messo fuori dalla zona punti da un contatto con Lorenzo Bandini. E proprio Bandini, italiano della Ferrari, divenne l’uomo decisivo del Mondiale: lasciò passare Surtees, consegnandogli il secondo posto e i punti necessari per battere Hill di una sola lunghezza, 40 a 39. Vinse la gara Dan Gurney, ma il titolo andò alla Ferrari.

Una Ferrari curiosamente blu e bianca, iscritta dal North American Racing Team dopo una delle tante dispute del Drake con le autorità sportive. Surtees divenne così l’unico uomo capace di conquistare il Mondiale delle moto e quello della Formula 1. Un primato che resiste ancora oggi.

Tre anni dopo, nel 1967, il Messico regalò una storia quasi familiare. Jack Brabham era un australiano che aveva già vinto tre Mondiali, l’ultimo addirittura guidando una monoposto che portava il suo nome. Aveva costruito la squadra, scelto gli uomini, inventato una maniera di correre. Ma quell’anno il suo pilota Denny Hulme, neozelandese di poche parole e grande concretezza, gli stava facendo uno scherzo poco simpatico: voleva portargli via il titolo.

A Città del Messico vinse Jim Clark, che quando la Lotus funzionava era quasi imbattibile. Brabham arrivò secondo, Hulme terzo. Bastò. Il neozelandese conquistò il suo primo e unico Mondiale con cinque punti di vantaggio sul proprietario della squadra. Non servivano proclami, non servivano grandi gesti. Hulme aveva vinto soltanto due Gran Premi in tutta la stagione, Monaco e Germania, ma era stato più regolare di tutti. Il capo aveva costruito la macchina migliore, il dipendente ne aveva fatto un uso migliore. In Formula 1 capita anche questo.

Il 1968 fu invece l’anno in cui la Formula 1 dovette imparare a convivere con il dolore. Il 7 aprile Jim Clark morì a Hockenheim durante una gara di Formula 2. Era il pilota più forte del mondo, forse il più forte di sempre, e la Lotus di Colin Chapman si ritrovò improvvisamente senza il suo punto di riferimento. Toccarono a Graham Hill il peso della squadra e la responsabilità di trasformare una stagione cominciata come un incubo in qualcosa che avesse un senso.

Hill arrivò in Messico a contendersi il Mondiale con Jackie Stewart e il campione uscente Hulme. La corsa fu una battaglia vera, con cinque cambi al comando, un record per il circuito. Alla fine Graham vinse davanti a Bruce McLaren e Jackie Oliver, mentre Stewart chiuse settimo e Hulme si ritirò.

Fu il secondo titolo per Hill, dopo quello del 1962, e anche il Mondiale costruttori della Lotus. Più che una vittoria, una promessa mantenuta alla memoria di Clark. La Formula 1 aveva perso il suo principe e aveva trovato in Hill un re capace di portarne il lutto senza smettere di correre.

Poi il Messico scomparve dal calendario, ritornò, scomparve ancora. Quando nel 2015 la Formula 1 rientrò all’Hermanos Rodríguez, dopo ventitré anni di assenza, era diventata un altro sport. Le macchine avevano l’elettronica, le squadre centinaia di dipendenti e i piloti un esercito di ingegneri collegati via radio. Ma il circuito conservava una particolarità: l’aria rarefatta, che mette in difficoltà motori, raffreddamento e aerodinamica, e uno stadio trasformato in tribuna naturale per decine di migliaia di spettatori.

Nel 2017 toccò a Lewis Hamilton scoprire che il Messico sa regalare corone anche nelle giornate storte. Il suo rivale era Sebastian Vettel, impegnato con la Ferrari nell’ennesimo tentativo di riportare il titolo a Maranello. Alla partenza i due si toccarono, la Mercedes di Hamilton riportò una foratura e l’inglese precipitò in fondo al gruppo. Sembrava l’inizio di una domenica disastrosa, invece diventò la domenica del quarto Mondiale.

Davanti vinse Max Verstappen, Vettel terminò quarto e Hamilton, doppiato, risalì fino alla nona posizione. Bastò per diventare matematicamente campione con due gare d’anticipo. Una scena piuttosto insolita: il pilota più felice del paddock era quello che aveva concluso a un giro dal vincitore. Ma i Mondiali non si conquistano necessariamente nei giorni migliori. A volte basta sopravvivere a quelli peggiori.

L’anno successivo, nel 2018, sembrò quasi un appuntamento preso in anticipo. Hamilton e Vettel erano ancora i protagonisti della sfida iridata, Mercedes contro Ferrari, due piloti che inseguivano entrambi il quinto titolo personale. Anche stavolta vinse Verstappen e anche stavolta Hamilton non ebbe bisogno di vincere. Gli bastò il quarto posto, alle spalle dell’olandese e delle due Ferrari di Vettel e Kimi Räikkönen.

Il quinto Mondiale lo portò accanto a Juan Manuel Fangio, lasciando davanti soltanto Michael Schumacher, che allora aveva sette titoli. Il Messico era diventato per Lewis una specie di ufficio notarile: ci andava per farsi certificare una grandezza costruita altrove.

Adesso arriva Antonelli. Per lui il Messico potrebbe essere qualcosa di più di una semplice incoronazione. A vent’anni, alla seconda stagione in Formula 1, il ragazzo di Bologna ha già vinto nove Gran Premi nel 2026 e si presenta all’Hermanos Rodríguez con 123 punti di vantaggio su George Russell e 124 su Hamilton. Gli basta un nono posto per chiudere definitivamente i conti. Il destino, che nello sport ama certe coincidenze, potrebbe consegnargli il primo titolo mondiale proprio sulla pista dove il suo predecessore alla Mercedes ne conquistò due.

C’è però una differenza. Surtees aveva 30 anni quando si laureò campione, Hulme 31, Hill 39, Hamilton 32 e 33. Antonelli ne ha appena compiuti venti. Sarebbe il sesto campione incoronato in Messico, il primo italiano dopo Ascari e il più giovane della storia. Cinque volte questo circuito ha cambiato il destino di un pilota. Alla sesta potrebbe cambiare quello di un intero paese che aspetta da 73 anni di tornare sul tetto del mondo.

E pensare che, per diventare re, a Kimi potrebbero bastare due punti. Il Messico, del resto, ha già dimostrato di non badare troppo a come si arriva alla corona.

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