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Una preghiera per Jason. Ma continuare a correre ha un senso…

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Jason Dupasquier si è spento questa mattina all’ospedale di Firenze dopo essere stato investito involontariamente da Ayumu Sasaki e Jeremi Alcoba in seguito alla sua caduta all’Arrabbiata 2 durante le qualifiche della Moto3 del Gran Premio d’Italia al Mugello. Aveva 19 anni.

Una preghiera per Jason e una domanda: è giusto continuare con le gare dopo che è arrivata una notizia del genere?

La risposta più semplice in questi casi è sempre: anche Jason avrebbe voluto così. Che non è a parer mio una risposta che si allontana molto dalla realtà.

Jason è morto mentre inseguiva il suo sogno, non per un guasto, ma per una fatalità. Quante cadute vediamo ogni volta che si corre un gp di moto? E quante volte capita che finisca così, con un pilota incolpevole che ne investe un altro. Fortunatamente non capita spesso, m sappiano tutti che in moto il 100% della sicurezza no potrà esistere anche oggi che le piste non hanno più circoli assassini e i piloti indossano gli airbag. La testa, il collo, resteranno sempre scoperti. Non c’è possibilità di metterli al riparo. È lo stesso rischio che corrono i ciclisti o i discesisti nello sci. Ci sono sport che non potranno mai essere sicuri del tutto anche con gli innegabili progressi degli ultimi anni.

Chi entra in autodromo ha scritto sull’pass motorsport is dangerous. Lo è ancora di più per i protagonisti. Jason sapeva i rischi che correva. Come il povero Sic, come Salon, come Kato o Tomizawa per citare le ultime vittime in pista.

Non trovo sbagliato continuare lo show visto che la pista non ha colpe. Il modo migliore per ricordare Jason è davvero correre per lui è dedicargli le gare. Eviterei lo champagne, questo sì. E troppe feste. Ma davvero il modo migliore per onorare la memoria di un ragazzo che amava le moto e le corse è andare avanti con le gare. Per lui. Per tutti noi.

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