Kimi Antonelli, l’arte di andare sempre forte: “Se rallento rischio di distrarmi”

Mentre piazza Duomo è rossa di ferrarismo, con migliaia di persone a impazzire per vedere Leclerc e Hamilton, Kimi Antonelli compare alla presentazione di uno sponsor (Iwc), mentre Mercedes lo mette sui poster con una Classe C rossa. Una bella provocazione. Kimi oggi è quasi una star, ma resta il ragazzo di sempre. Risponde a tutti con il soriso. Scherza con gli ospiti, si presta a un bel botta e risposta con Linus che lo mette in imbarazzo solo quando gli chiedi di Bono, Il cantante, non il suo ingegnere. anche quuesta scena muta racconta i suoi 20 anni…

A Monza Andrea Kimi Antonelli arriva con una penalità da scontare e con la consapevolezza che, se proprio bisogna partire dal fondo, il Gran premio d’Italia è forse il posto meno sbagliato per farlo. «Mi dispiace dover scontare una penalità così nel Gran premio di casa, però, guardando al campionato, questa è probabilmente la pista migliore: ci sono lunghi rettilinei e più opportunità per recuperare. Anche partendo fondo si può fare una bellissima gara». E quando gli ricordano che qualcuno, Max Verstappen compreso, partendo da dietro è riuscito perfino a vincere, Kimi sorride ma non vola troppo in alto: «Sarebbe bello, però non ci pensiamo. Pensiamo a fare bene, poi si vedrà».

È cambiato molto da quel venerdì di Monza del 2024 in cui l’Italia intera scoprì il ragazzo che la Mercedes aveva deciso di portare velocemente verso la Formula 1. Bastarono pochi giri nelle prove libere per capire quanto fosse veloce. Poi arrivò l’incidente alla Parabolica, violento soprattutto nelle conseguenze psicologiche. «Non mi sono sentito bene, sicuramente. È stata una giornata molto difficile per me, anche perché correvo in Formula 2 e dopo quelle prove libere dovevo fare le qualifiche. Sinceramente non avrei voluto farle». Ma oggi Antonelli guarda a quel botto come a una tappa necessaria: «Quell’incidente mi ha insegnato moltissimo e mi ha fatto crescere come persona e come pilota».

Due anni dopo è un altro pilota, anche se certe caratteristiche non sono cambiate. Una soprattutto: Kimi non ama andare piano. Nemmeno quando sarebbe consigliabile farlo. A Montecarlo, mentre era davanti e dal box gli suggerivano di abbassare il ritmo per preservare macchina e gomme, la sua risposta fu quasi paradossale: rallentare avrebbe potuto renderlo meno sicuro.

«A me piace mantenere l’intensità, perché appena abbasso un po’ la guardia è più facile che faccia un errore. È il mio modo di mantenere la concentrazione». Quando Toto Wolff gli suggerì di rallentare, Antonelli reagì a modo suo: «Il giro dopo ho fatto il giro veloce».

Dentro questa frase c’è forse una buona parte del suo modo di essere pilota. Antonelli vive la macchina attraverso l’intensità. Cerca di capirla, naturalmente, anche dal punto di vista tecnico. «In Formula 1 ci sono un’infinità di componenti e quelli li lasciamo agli ingegneri. Però le basi è giusto conoscerle. Magari non ti servono direttamente mentre guidi, ma possono aiutarti quando devi cambiare il setup o descrivere meglio le tue sensazioni». Perché alla fine la Formula 1 continua a essere anche una questione di sensibilità: sentire ciò che accade sotto il sedile prima ancora che i numeri lo raccontino agli ingegneri.

Accanto a lui c’è Peter Bonnington, per tutti Bono, storico ingegnere di Lewis Hamilton e oggi voce nelle cuffie di Antonelli. Il loro rapporto ha dovuto superare soprattutto una barriera culturale. «Noi italiani siamo molto più emotivi degli inglesi. A noi piace dare il cinque, abbracciare. All’inizio Bono si irrigidiva un po’, adesso si è sciolto». Hanno anche costruito un loro linguaggio personale: «Sì, ci sono delle cose che dici e lui capisce subito. Molte sono parolacce. Gli ho insegnato parecchie parole italiane, ma brutte».

Poi c’è Toto Wolff, qualcosa di più di un team principal per il ragazzo che Mercedes segue praticamente da bambino. «Ha creduto in me fin dal 2018, quindi sono cresciuto anche con lui. Abbiamo un rapporto in pista e un altro fuori dalla pista». Antonelli riconosce soprattutto a Wolff una qualità non così comune in un mondo dominato dai numeri: «Capisce molto il lato umano e anche quello del pilota, perché è stato pilota lui stesso. Mi ritengo molto fortunato ad avere una persona come lui». Con una precisazione: «È divertente. Non quando si arrabbia: quando si arrabbia sono problemi».

E poi c’è Max Verstappen. Il campione con cui Kimi sembra aver costruito un rapporto sorprendentemente naturale. «Non so esattamente perché mi abbia preso così bene, ma non mi lamento. È sempre meglio averlo dalla tua parte». Dietro l’immagine del cannibale della pista, Antonelli racconta di aver scoperto un’altra persona: «Max è una bravissima persona. Conoscendolo è molto diverso rispetto a come può apparire da fuori». Ad avvicinarli è stata anche la comune passione per le GT. «Un obiettivo sarebbe fare una 24 Ore insieme, comunque una gara insieme».

L’ammirazione per Verstappen, però, diventa molto meno romantica quando il casco si abbassa. Averlo davanti o dietro? «Tutte e due le cose sono brutte. Non è bello averlo dietro quando ti è attaccato e non è bello averlo davanti perché passarlo è una bella bega». Per Antonelli Max resta il riferimento: «È uno dei migliori, se non il migliore della griglia in questo momento. È veloce, forte, completo e soprattutto nelle situazioni difficili riesce sempre a ribaltare tutto. Non puoi mai darlo per morto. Anche quando il suo weekend sembra in salita, a un certo punto ne viene fuori».

Antonelli appartiene a una generazione arrivata in Formula 1 molto più preparata rispetto al passato. Non necessariamente perché le categorie inferiori siano diventate piccole Formula 1, ma perché esiste uno strumento che ha cambiato il modo di imparare: il simulatore. «È quello che ci ha avvantaggiato. Quando devi imparare una pista nuova, una volta arrivavi lì e la vedevi per la prima volta. Oggi con il simulatore puoi già capire com’è fatta. Poi quando vai realmente in pista è sempre diverso, però almeno sai dove gira».

Kimi ha anche una memoria quasi fotografica per i tempi sul giro. Numeri che gli rimangono in testa con una naturalezza sorprendente. Più complicato, semmai, convincerlo a rispettare sempre i track limits. «A me piace usare tutta la pista. Bono continua a dirmi “track limit” e io gli rispondo: tranquillo, è tutto sotto controllo. Poi, boom, il giro dopo arriva un altro track limit».

Fuori dalla macchina resta ancora Andrea, almeno per pochi. «In famiglia e gli amici più stretti mi chiamano Andrea. Anzi, in famiglia anche Andy. Sentirmi chiamare Andrea fa quasi strano, perché ormai sono abituato a Kimi, Kimi, Kimi».

E resta soprattutto il figlio di Marco e della mamma che anni fa gli regalò un piccolo portafortuna che continua a portare con sé. «Sono scaramantico. Lo uso finché non si rompe. Però ho già pronto il piano B». Suo padre, invece, rimane una presenza fondamentale: ex pilota, team manager e persino DJ nelle vacanze di famiglia. «Ho un bellissimo rapporto con lui. È fondamentale per me, in pista ma anche fuori. Non so cosa farei senza di lui e senza mia madre».

Forse è proprio questa la parte più interessante del Kimi Antonelli che torna a Monza. È già diventato un pilota di Formula 1, ma non sembra ancora essersi lasciato inghiottire completamente dalla Formula 1. Scherza con Bono, prende in giro suo padre, parla di una futura 24 Ore con Verstappen e conserva un portafortuna ricevuto dalla madre.

Poi sale in macchina. E lì cambia tutto.

Perché andare piano, per Kimi, continua a essere molto più difficile che andare forte.

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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