Una chiacchierata con l’ingegner Ferrari, l’erede del Drake, alla vigilia di Monza è sempre un viaggio nella passione. Ecco la versione extra long di quanto pubblicato su il Giornale
Ingegner Ferrari, Monza è da sempre un appuntamento particolare per voi. Come erano le settimane prima del Gran premio d’Italia accanto a suo padre?
“Mio padre cominciava a maggio a chiederci: che cosa abbiamo per Monza? Che motore nuovo facciamo per Monza? Noi rispondevamo che non c’era nulla. E lui rispondeva: allora dobbiamo fare qualcosa…”
E questa volta un motore nuovo c’è davvero per Hamilton e Leclerc.
“Sarebbe stato contento anche mio padre. Monza era un appuntamento importantissimo, anche perché per molti anni era anche l’ultimo o il penultimo Gran Premio del campionato e quindi si decidevano le sorti del Mondiale. Aveva un significato veramente importante non solo per la Ferrari”.
La sua prima volta in pista a Monza è stata nel 1961, un weekend tragico, ma anche vincente.
“Ero in tribuna, non c’era ancora la televisione e nessuno ci disse quello che era capitato a Von Trips. Phil Hill vinse la gara e il campionato. Siamo tornati verso casa tranquilli. Poi arrivarono le notizie terribili attraverso l’autoradio”.
Come era vedere la gara di Monza alla televisione con suo padre?
“Non era diverso dalle altre volte. Però io non stavo seduto di fianco a lui, ma 50 centimetri indietro, così lui aveva la visuale della TV libera. Bisognava rispondere solo alle domande, non fare commenti mentre c’era l’azione. Si parlava solo se ti faceva le domande lui”.

C’è un Gran Premio d’Italia che ricorda con più piacere?
“Quello del 1975 quando Niki Lauda ha vinto il mondiale e Clay ha vinto il Gran Premio, quello è stato fantastico. Bello anche quello del 1969 con Jody Scheckter che era un personaggio particolare e con il quale siamo ancora amici, soprattutto adesso che è venuto a vivere in Liguria”.
Quest’anno avete deciso di celebrare il mito Schumacher con questa bellissima livrea che ricorda la sua macchina. Chi era per lei Schumacher?
“Schumacher è stato veramente un grande pilota perché, da un lato, ha aiutato a fare una macchina competitiva e dall’altro ha cambiato veramente il modo di fare il pilota”.
Racconti.
“Michael era uno che si preparava fisicamente, è stato il primo a fare con grande attenzione e continuità gli esercizi fisici, si fece addirittura costruire dalla Technogym un apparecchiatura per allenare i muscoli del collo”.
Si racconta che si portasse in albergo il computer per studiare la telemetria.
“La formula stava cambiando, ma lui lo capiva e lo seguiva. È stato il primo a studiare la telemetria, a studiare dove poteva migliorare guardando i dati, non solo in funzione delle sue sensazioni di guida”.
Il tutto interpretato da un super team come dimostra il fatto che molti ingegneri che lavoravano con lui ai tempi ora hanno ruoli importanti in Formula 1.
“Una squadra fantastica che aveva una guida tecnica come Ross Brown e Rory Byrne che era un progettista veramente di qualità, soprattutto aerodinamico, ma anche telaista. Rory era uno veramente che sapeva che cosa era necessario fare per la macchina, dava le priorità giuste”.
Oltre che di corse, di cosa parlava con Schumacher?
“Si parlava un po’ di aerei, perché gli piacevano gli aerei, gli piaceva volare e io a quei tempi ero anche presidente di Piaggio. Poi qualche volta c’era la possibilità, oggi non c’è più perché sono troppi Gran Premi, ma che si fermasse qualche giorno a Maranello, allora veniva a cena a casa mia”.
Non era un grande goloso.
“Però gli piaceva il vino rosso buono. Così si parlava di tante cose, lui mi chiedeva del passato, ovviamente, e io gli chiedevo di come vedeva lui il presente, immaginava il futuro. In modo molto cordiale, molto amichevole”
Rivede in Hamilton qualcosa di Michael?
“Anche se in tempi diversi e con tecnologie diverse, vedo che lui è molto attento alle sensazioni che prova in macchina. L’ho sentito commentare con gli ingegneri. Cerca di trasmettere le sensazioni che gli ha dato la macchina, di raccontare come si comporta. Dà importanza al lato umano come Michael”.
Anche in un’epoca dominata dai computer e dall’IA, l’uomo conta?
“Anche oggi le sensazioni del pilota sono importanti, perché i numeri ti dicono tutto, ma non abbastanza. La sintesi finale la deve fare il pilota. E qualche volta le sensazioni non corrispondono ai numeri. E’ così anche nella vita in fin dei conti”.
Che cosa ha pensato vedendola arrivare con la F40 l’altro giorno?
“Sapevo che cercava una F40, poi mi hanno detto che Ferrari Classic ne aveva trovato una con pochissimi chilometri. Mi fa molto piacere che ami quella macchina perché è un’auto degli anni ’80. È l’ultima che presentò mio padre. È una pietra miliare nella storia della Ferrari. Son contento che gli piaccia. Non so se la guida davvero poi…”.
Lei la sua la guida ancora?
“Ogni tanto perché è una macchina di altri tempi. Ha una frizione durissima, non ha il servofreno, non ha il servosterzo, è proprio meccanica pura”.
Lewis è il cliente perfetto, davvero innamorato delle vostre auto.
“L’ho conosciuto quando era venuto a comprare La Ferrari che ha voluto configurata in fabbrica e poi siamo stati a cena insieme, io lui e il suo cagnolino”.
Anche Charles, nel suo piccolo, per il matrimonio aveva scelto una macchina particolare. Perfetti per promuovere le vostre auto. Si sono anche divertiti anche guidando la Luce…
“Mi sono divertito anch’io. Ha una tenuta di strada fantastica. Non rolla, non beccheggia, è confortevole pur con delle sospensioni che sembrerebbero rigide. Ma è confortevole, quindi ti dà delle impressioni interessanti. Poi manca il rumore, però io alzo la musica…”
Torniamo in pista, Antonelli le piace come pilota?
“Mi piace perché è un ragazzo giovane, che si presenta in modo semplice, in modo pulito, che parla nel modo giusto. Non l’ho ancora conosciuto, ma mi farebbe piacere”.
D’altra parte è leggenda che suo padre non volesse piloti italiani. Trattò con De Angelis, Patrese e poi ingaggiò Alboreto
“Michele rimane l’ultimo pilota del cuore di mio padre e avrebbe potuto vincere il mondiale. Non ce l’abbiamo fatta, quell’anno lì. Purtroppo abbiamo avuto dei problemi tecnici alla fine del campionato che non ci hanno permesso di aiutarlo”.


