I cent’anni dell’Avvocato Agnelli. Una vita in bianco e nero. E in rosso Ferrari…

Il 12 marzo di 100 anni fa nasceva Gianni Agnelli che è stato per anni il miglior rappresentate del made in Italy nel mondo. Un uomo curioso che si faceva trascinare dalle grandi passioni fino ache non scattava la noia. Prendete il calcio, la sua grande passione, l’amore per la Juve: se ne andava sempre via prima della fine delle partite, inseguito da decine di giornalisti. Mi è capitato di tallonarlo spesso al comunale o in un autodromo. Ricordo la prima volta che lo incontrai: ero a Siviglia con Trapattoni chge doveva visionare il Barcellona in una partita di Liga. L’Avvocato pimbò a Siviglia con donna Marella per vedere la partita con il Trap…

Per ricordarlo vi consiglio un libro appena pubblicato da Albero e Giancarlo Mazzuca che in quegli anni avevo incrociato proprio a il Giornale di Montanelli. Un titolo quasi juventini. “Gianni Agnelli in bianco e nero”. Un libro che lo racconta bene senza inginocchiarsi davanti a quello che per anni è stato considerato un “re d’Italia”.

«Una vita che è quasi un romanzo: tutto cominciò quel 12 marzo del 1921», scrivono i fratelli Mazzuca, che per prima cosa provano a spiegare perché il mito di Gianni Agnelli sia intramontabile. Prendendo a prestito anche citazioni più o meno famose, più o meno carezzevoli. Come quella di Federico Fellini: «Mettigli un elmo in testa, mettilo su un cavallo, è un re». O di Henry Kissinger: «Patriota italiano, grande europeo, amico dell’America». Di Charlie Chaplin: «Ha successo e il successo rende simpatici». Di Truman Capote: «Vi è mai capitato di incontrare uno che affolli tante informazioni con allegria, con sorprese, in così poco tempo e spazio?». Di Giorgio Bocca: «Principe senza regno». Di Enzo Biagi che, raccontando la dinastia sabauda dell’auto, la definiva «La famiglia reale». Di Indro Montanelli, che gli riconosceva di essere cultore dell’arte e anche «dell’arte di servirsi degli uomini». E infine del «nemico» Fortebraccio: «Quando uno è miliardario, gli manca sempre pochissimo per essere un genio».

Ecco come lo ha ricordato il nipote prediletto, John Elkann, in un’intervista alla Stampa Elkann: anche il nonno sarebbe deluso da questa Ferrari. Ma io sono ottimista…

«Il sogno dell’Avvocato di avere una Fiat più grande in grado di poter stare sul mercato si è in qualche modo realizzato».

L’inizio del libro dei fratelli Mazzuca

La storia è quasi inedita: è il racconto che Indro Montanelli ci fece in diretta all’inizio degli anni Novanta, all’indomani dell’incontro a Torino con Gianni Agnelli, il più noto imprenditore italiano del Novecento. Da quella visita a casa del presidente della Fiat, Montanelli riportò due sensazioni molto precise: che, invitato a cena da quello che era definito «l’ultimo re sabaudo» nell’Italia repubblicana, lui, così frugale, aveva desinato piuttosto male e poi, invitato a pernottare a casa Agnelli nella camera degli ospiti, quasi non aveva chiuso occhio per il caldo soffocante con i termosifoni a tutto gas. Due sensazioni, quelle di Montanelli, che contribuiscono a ricostruire il complesso “identikit” dell’Avvocato a cento anni dalla nascita: un grande signore, Gianni Agnelli, dotato di un grandissimo charme, di una allure principesca sia davanti ai tavoli verdi sia quando era ricevuto alla Casa Bianca o si incontrava con David Rockefeller o con la famiglia Kennedy. Ricco, molto ricco con qualche tesoretto depositato nei vari paradisi fiscali, giramondo e massimo esponente di quei poteri forti che nel Novecento hanno guidato il nostro Paese, ma inaspettatamente non proprio quel che si definisce un buongustaio a tavola.

Avendo conosciuto sia Montanelli che Ferrari mi sarebbe davvero piaciuto assistere a quella cena. Uno più curioso dell’altro. Montanelli quando ti incontrava nei corrodi di via Negri era un tornado di domande. E l’Avvocato pure. Ricordo quel primo incontro in cui venne a sedersi al tavolo dei 5 giornalisti presenti per interrogarci sul futuro della Juve…e poi ai Gran premi, chiedeva lui prima di regalarci risposte straordinarie come quando un colega gli disse “ma avvocato la Fiat va male in Borsa che cosa faccio con le mie azioni”…. “Guardi, io ne ho più di lei….”

Vedi anche Le Ferrari dell’Avvocato: una mostra per celebrare il centenario di Agnelli

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

2 commenti

  1. L’unico modo che conosceva di vincere gli scudetti era.. comprarli. Come hanno sempre fatto. In campo internazionale si vede, infatti, quanto valgono! Piccolo uomo. Ha fondato la Fiat che ormai di italiano non ha quasi più nulla. ha comprato Lancia, Alfa Romeo e Ferrari e le prime due le ha distrutte; non gli è riuscito con la terza ma ci stanno pensando i suoi eredi.

    1. Non concordo con una parola di quello che ha scritto

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