Rassegna Stampa: #Ferrari Calimero e una crisi infinita nata da lontano

La crisi infinita della Ferrari e il sogno riacceso da baby Schumi. Ecco la rassegnata rassegna della stampa italiana nel giorno di Monza e del suo Gp vuoto. Grazie a loslalom.it

La Ferrari 2020 è impresentabile – scrive Daniele Sparisci sul Corriere della Sera – i rimedi non funzionano, le nuove regole sull’utilizzo della mappatura unica del motore per qualifiche e gara (in vigore da questo Gp) sono state un buco nell’acqua. Dovevano ridurre lo strapotere della Mercedes, avvicinare i valori, e invece hanno solo provocato l’ironia ferocedello squadrone che dal 2014 domina. «No party, no problem», sorridono gli ingegneri che avevano già escogitato il modo per sopperire all’abolizione del «party mode», il bottone magico capace di sprigionare potenza supplementare durante il giro lanciato”.

“Dal paradiso all’inferno in un anno. Un precipizio che sembra non aver fine” scrive Alessandra Retico su Repubblica nel ripercorrere gli eventi che hanno portato fin qui, gli addii dei tecnici alla scuderia, l’inchiesta della FIA sulla power unit chiusa con un patto di riservatezza. Marco Mensurati, sempre su Repubblica, sottolinea che bisogna “liquidare la tentazione grossolanamente calcistica di pretendere le dimissioni di Mattia Binotto e riconoscere che il disastro a cui stiamo assistendo – e a cui verosimilmente assisteremo nei prossimi mesi – arriva da lontano e ha cause più profonde”. Nasce quando quando la F1 imboccò la strada del motore ibrido. “La Mercedes in quei sei anni convertì l’intera produzione verso quella nuova tecnologia, anzi, quella nuova filosofia. Il Cavallino, invece, rifiutò l’idea. Non capì che il mondo stava andando da quella parte”.

Mauro Coppini sul Corriere dello sport-Stadio considera che “rifugiarsi in un sorta di sindrome di “Calimero”, piccolo e rosso in questo caso, costretto ad arrendersi ad un destino avverso, non ha nulla che fare con la Formula 1. Specie se questo destino è stata la Ferrari stessa a costruirselo. E se gli altri sembrano non averne tenuto conto. Il risultato è una Ferrari che scala ma in discesa, le classifiche gara dopo gara. Stabilmente nelle fasi di fondo della “griglia”. Con Red Bull, Alpha Tauri, McLaren ed altri che vanno al galoppo e nonostante le pastoie regolamentari, non esitano a lavorare sulla competitività del loro prodotto. I regolamenti ci sono sempre stati e gli ingegneri sono lì per aggirarli. Senza piangere sul latte versato. Che in Formula 1 si chiama Mercedes. Ma guai se la marca tedesca si traduce in un alibi”.

Luigi Perna sulla Gazzetta dello sport racconta che “nel giorno dell’ennesima disfatta Ferrari c’è stato anche un errore degli uomini del muretto guidati da Inaki Rueda, ma soprattutto dei 40 ingegneri che dal “garage remoto” di Maranello controllano tutto quello che succede in pista, dando indicazioni per le strategie. La svista è costata cara a Vettel, che nel suo ultimo giro utile in Q1 si è ritrovato dietro a un trenino di vetture composto fra gli altri da Ocon, Raikkonen e Russell, venendo rallentato da chi lo precedeva”.

Per non perdersi chissà che cosa (Pierfranco Redaelli su Avvenire dice “l’ebbrezza che solo il rombo dei motori sa trasmettere”), alcune migliaia di persone hanno passato gli ingressi del parco e si sono avvicinati alla pista, fermati dalla polizia.

“La storia della Ferrari – molti oggi non lo capiscono – è una storia d’amore, un romanzo popolare; ai miei tempi la Rossa non vinceva ma faceva vendere giornali, innescava dibattiti conditi di tecnica più che di opinioni, e creava clamorosi ascolti tv. Quando arrivò la stagione dei successi – in particolare con Schumi – quasi si spense il grande talkshow suscitato dalle sconfitte, non dalle vittorie. Queste, anzi, provocarono negli “ingegneri del lunedì” un dannoso effetto calcistico, tramutando la spesso severa analisi di un flop o di un successo in ripetute articolesse e cantate tv che risuonavano come le campane di Maranello quando la Rossa vinceva”, scrive Italo Cucci sul Corriere dello sport-Stadio

Un motivo di soddisfazione va cercato fuori dal Mondiale di Formula 1 e porta dritto al solito cognome. Mick Schumacher, il figlio di Michael, che ieri ha vinto in Formula 2 ed è tornato in corsa per il titolo mondiale, in una classifica dominata da piloti di scuola ferrari Sulla pista dei cinque trionfi di famiglia. “Mick – commenta Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera – sta crescendo per tempistiche caute. Non è un Verstappen, un Leclerc. Ha avuto bisogno di fasi più dilatate per transitare dall’adolescenza all’età adulta e forse gli serve ancora qualche prudenza viste le aspettative che scatena sin da quando correva nei kart con il cognome della madre, Betsch, con Schumi tutor severissimo al fianco. Sa di avere una strada spianata, dato il cognome; è atteso in F1, magari il prossimo anno sull’Alfa Sauber o altrove, anche se in molti, nella Ferrari Driver Academy, pensano abbia bisogno ancora di parecchi chilometri per raggiungere una maturità piena”.

Su il Giornale io ho scritto che “Mick ha regalato un’emozione speciale con un doppio grazie via radio, pronunciato in italiano come raramente papà aveva fatto nelle sue 72 vittorie con la Ferrari. È una vittoria speciale perché arriva proprio nei giorni in cui Hamilton si sta preparando a battere gli ultimi record di papà. Quello delle 91 vittorie che potrà raggiungere già domenica prossima al Mugello e quello dei sette mondiali che andrà a prendersi a fine stagione, anzi molto prima”.

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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