Con il secondo posto nella gara sprint del Qatar. Max Verstappen è aritmeticamente campione del mondo per la terza volta
Il terzo Mondiale è quello della maturità. Si è capito che lo avrebbe vinto appena la sua Red Bull ha messo le ruote in pista trasformando la stagione 2023 della Formula 1 in un libro giallo con il nome dell’assassino nel titolo. Ingiocabile come si dice in certi ambienti. Ma Max ci ha messo tanto di suo, basta vedere dove è finito il suo compagno di squadra. Ha dipinto una stagione senza sbavature. Pochi errori e quando non contavano.
Se si eccettua il buco nero di Singapore è stato perfetto. Ha vinto rimontando o andando in fuga solitario. È diventato un fenomeno anche in qualifica con 10 pole delle 30 ottenute in carriera, ottenute in quella che può essere definita la sua stagione perfetta. Il primo mondiale lo aveva vinto duellando fino all’ultima curva dell’ultimo gran premio, mettendosi nella posizione di ricevere il regalo della Fia che ha rubato il titolo a Lewis per darlo a lui. Ma comunque lo aveva meritato. Il secondo lo ha vinto lottando, ma non troppo, perché Leclerc e la Ferrari sono spariti già a metà estate. Quest’anno ha lottato solo con il libro dei record perché solo il papà di Perez poteva credere che suo figlio fosse un vero rivale.
Adesso Max è nel ristrettissimo club di chi ha vinto tre campionati di fila: Fangio, Schumacher, Vettel, Hamilton. Tutta gente che non si è fermata lì, arrivando a quattro o oltre (Prost ne ha vinti quattro, ma non tre di fila). Esattamente come succederà a lui visto che la Formula 1 cambierà regole solo nel 2026. Il club di chi ha vinto tre titoli è un po’ più frequentato, ma comunque composto da autentici miti. Il terzo titolo è quello che fa passare in una nuova dimensione.
Quella abitata da Jack Brabham, Jackie Stewart, Niki Lauda, Nelson Piquet e Ayrton Senna. Max adesso ha messo il suo nome accanto ai loro. Lo ha fatto a 26 anni e una settimana. Non è un record perché Vettel era stato più precoce, ma è comunque tanta roba perché ci fa pensare (e temere) a una dittatura ancora più lunga.


