Sono passati 50 anni dal primo agosto del 1976 che cambiò per sempre il volto di Niki Lauda e la faccia della Formula 1 che da quella domenica fu costretta a ragionare più seriamente sulla sicurezza dei suoi campioni.
La Ferrari di Niki Lauda, campione in carica 1 e in testa al campionato, uscì di pista colpendo una roccia, per poi rimbalzare in mezzo al tracciato e trasformarsi in una palla di fuoco.
Niki aveva perso il casco ed era bloccato all’interno dell’abitacolo dalla cintura di sicurezza. Era stato colpito anche da due vetture che lo seguivano. A salvargli la vita fu Arturo Merzario che riuscì a sganciarlo e a trascinarlo fuori dall’abitacolo, per poi praticargli massaggio cardiaco e respirazione artificiale.
“Ancora non riesco a capire come ho fatto, io un ragazzino esile, a estrarre una persona di sessanta chili come se fosse un fiammifero svedese dalla scatoletta. Ma la fortuna di Niki è stata che a militare, per guadagnarmi una licenza premio di quattro giorni, avevo partecipato a un corso di primo soccorso per imparare massaggio cardiaco e respirazione bocca a bocca. Gli ho dato l’opportunità di sopravvivere quei 30 secondi in più fin quando è arrivata l’aria medica”, mi racconto’ Arturo qualche anno fa.
Lauda fu trasportato all’ospedale d’urgenza, ma restò per alcuni giorni tra la vita e la morte, tanto che Ferrari andò subito alla ricerca di un sostituto (Reutemann). Aveva ustioni molto gravi e dolorose e soprattutto aveva inalato dei gas letali (il suo problema al rene che lo pirto’ al trapianto nacque da lì). Soltanto il 5 agosto i medici lo dichiararono fuori pericolo.
Ma a quel punto cominciò la sua grande battaglia per tornare in pista il più in fretta possibile a contendere il titolo a Hunt. Lauda soffriva dentro e fuori ma la sua volontà di ferro sorprese il mondo a cominciare da Enzo Ferrari.
L’8 settembre «La Gazzetta dello Sport» annunciò: Lauda ha provato: Correrò a Monza. Sotto il titolo, una sua foto con i segni evidentissimi delle cicatrici, quelle che lo hanno accompagnato per tutta la vita nonostante la chirurgia plastica avrebbe potuto rimetterlo a nuovo. A lui non interessava: non era una bella faccia che lo faceva andare veloce.
Partecipò al Gran d’Italia, appena 42 giorni dopo la disgrazia arrivando addirittura quarto.
Aggrappato alla vita e al Mondiale. Almeno fino alla gara del Fuji ma quella e’ un’altra storia.
Ps: un casco di Niki Lauda e’ tra i memorabilia esposti al Museo di Maglie nell’ambito della mostra il gusto della velocità



