#Rindt il campione perfetto, andatosene prima della festa

Jochen Rindt oggi (18 aprile) compirebbe 78 anni. Non è arrivato neppure a 30, volando via il 5 settembre 1970 a Monza e diventando il primo e finora unico campione del mondo alla memoria.

In quel Gran premio d’Italia avrebbe potuto diventare campione in pista, tanto era il vantaggio sulla concorrenza. Invece se ne andò in una nuvola di polvere e di sabbia arrivando verso la Parabolica, lasciando dietro di sè record (62 corse, 6 vittorie, 10 pole) meno importante di quanto non sia stato il personaggio.

La sua Lotus 72 rossa che quell’anno era troppo veloce per tutti, cinque trionfi in sei gare nel cuore del 1970, tanto che neppure Ickx è più riuscito a raggiungerlo in classifica, si infila sotto un guardrail troppo alto per essere sicuro. Colpa della rottura dell’alberino di supporto del disco freno, stabilisce l’inchiesta.

“E’ troppa questa fortuna, comincio un poco a preoccuparmi perché potrebbe non continuare”, leggi la frase che Rindt ha pronunciato all’inizio di quel weekend italiano e ti si raggela il sangue. Rindt stava pensando ai suoi amici Bruce McLaren e Piers Courage, tutti e due scomparsi in quel maledetto 1970. Stava pensando di mollare tutto a Mondiale conquistato.

Jochen Rindt era nato in Germania a Magonza, da padre tedesco e madre austriaca. I suoi genitori morirono sotto un bombardamento alleato ad Amburgo, e Jochen che non aveva ancora due anni, fu adottato dai nonni materni che vivevano a Graz. Cominciò a correre per le strade in monopattino, poi in moto: la velocità lo ha subito attirato.

Quando a 21 anni entrò in possesso dell’eredità lasciatagli dal padre, investì subito una discreta somma in una monoposto. Veloce, coraggioso, spettacolare. Non bello, ma affascinante,  sposato con una bellissima ex modella finlandese, Nina che lo accompagnava sempre ai box per fargli da cronometrista. Era figlia di Curt Richard Lincoln, un ricco finlandese che era avversario di Jochen in Formula Junior. Jochen la conobbe proprio ai box di Montecarlo.

Nina Rindt che da Jochen ebbe una figlia Natasha che negli anni Ottanta lavorò per qualche tempo in Formula 1 con Ecclestone, si è poi sposata altre due volte. Con Philip Martyn, con il quale ha una figlia Tamara. Quindi con il nobile Alexander Nelson Hood, quarto visconte Bridport di Cricket St. Thomas. Oggi porta il nome di Lady Nina Hood Bridport e ha avuto un terzo figlio, Anthony.

Rindt aveva un certo Bernie Ecclestone come manager personale e Jackie Stewart come migliore amico. Non si accompagnava male. Tanto da conquistare Colin Chapman che nel 1969 lo volle in Lotus dopo gli anni in Brabham, Cooper e ancora Brabham, dopo l’esperienza sfortunata a Indianapolis e la vittoria nel 1965 a LeMans con Masten Gregory, l’ultima della Ferrari alla 24 ore più famosa del mondo.

Il successo di LeMans ha anche uno strano retroscena notturno: nella notte, infatti, Gregory rientra ai box per chiedere il cambio a causa di una fitta nebbia che gli impedisce (porta occhiali da vista) di guidare. Jochen non si trova e Chinetti decide di far salire in macchina il pilota di riserva, lo statunitense Ed Hugus, senza comunicarlo ai commissari (che avrebbero altrimenti impedito a Gregory di continuare a correre in quanto ufficialmente rimpiazzato)… In caso di squalifica la vittoria sarebbe andata comunque alla Ferrari 250 LM ma alla sfortunata coppia Pierre Dumay/Gustave Gosselin.

I giornali lo chiamavano Dynamite per il suo piede pesante, Grindt per il suo temperamento o Tiger per il naso che ricordava il felino. Il bello è che Rindt soffriva di mal d’auto, soprattutto su certe piste molto tortuose. Forse è per quello che poi andava così veloce.

Jochen Rindt è naturalmente uno dei 50 personaggi del mio ultimo libro lo trovate qui e anche qui

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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