Ci sono romanticismo e tecnologia nel ritorno della Fondmetal in Formula 1 come fornitore dei cerchi di Aston Martin. Il lungo filo rosso che unisce la Formula 1 di 25 anni fa a quella di oggi: Fernando Alonso.
Fernando debuttò con la Minardi che in quegli anni aveva Gabriele Rumi come socio di maggioranza. Oggi che a guidare l’azienda di Palosco ci sono Stefano e Alessandra, i figli del fondatore, sull’auto che monta le ruote italiane c’è ancora Fernando.
Quando arrivi a Palosco, tra Bergamo e Brescia, una zona dove sanno che cosa significhi il lavoro, è bello vedere che l’azienda fondata da Gabriele Rumi negli anni Novanta è ancora lì, con tutte le monoposto che hanno montato le sue ruote, ordinatamente esposte in cortile.
Non è da tutti riuscire a conservare il lavoro dei padre. Stefano e Alessandra ce l’hanno fatta ed è romantico e commovente vedere come, appena il regolamento lo ha consentito (prima c’era un fornitore unico di ruote), abbiano deciso di ripercorrere quella strada.
Non con una scuderia, ma fornendo le ruote. Era dal 2000 che Fondmetal non era più in Formula 1. Ha riacquisito le competenze nel forgiato ed eccola pronta.
A Palosco la Formula 1, in realtà, non se n’è mai andata davvero. È rimasta appesa alle pareti, nascosta nei ricordi, mescolata all’odore del metallo lavorato dalle macchine. E soprattutto è rimasta dentro una famiglia che con le corse ha sempre avuto un rapporto che andava oltre gli affari.
Così quando la Fia ha liberalizzato le ruote, in Aston Martin si sono mossi. L’ingegner Furbatto conosceva bene l’azienda italiana che i suoi mondiali con la Williams li aveva vinti… Sono ripartiti i contatti. E dopo una serie infinite di prove e di test ecco il contrattro per le nuove ruote che oggi sono in magnesio.
Per questo entrare oggi nello stabilimento Fondmetal e trovarsi davanti la sagoma verde dell’Aston Martin AMR26 produce uno strano cortocircuito temporale: sembra di essere tornati indietro, ma in realtà si sta guardando avanti.
Perché sulle ruote della Formula 1 progettata da Adrian Newey c’è di nuovo un pezzo di Palosco. Fondmetal è tornata nel Mondiale, ventisei anni dopo l’ultima stagione della sua precedente avventura nel Circus, questa volta come fornitore esclusivo delle ruote forgiate dell’Aston Martin.
La collaborazione è iniziata con il campionato 2026 e il 17 settembre la famiglia Rumi ha voluto riportare simbolicamente una monoposto di Formula 1 dentro casa, nello stesso luogo in cui nel 1991 era nata la scuderia voluta da Gabriele Rumi.
Non è soltanto una bella storia di corsi e ricorsi. È soprattutto la continuazione di un’ossessione.
Gabriele Rumi apparteneva a una Formula 1 che ormai sembra lontanissima, quella in cui un imprenditore innamorato delle corse poteva decidere che produrre componenti non gli bastava più e mettersi in testa di costruire una macchina intera.
Fondmetal era entrata nel Circus dalla porta della tecnologia: nel 1983 aveva realizzato la prima ruota monoblocco in magnesio specificamente destinata alla Formula 1, poi nel 1986 era arrivata la fornitura alla Williams. Un passo alla volta, però, Rumi si avvicinò sempre di più al cuore del paddock.
Prima Osella, di cui acquisì una quota importante nel 1990, poi il salto definitivo: nel 1991 rilevò l’intera squadra, la chiamò Fondmetal e ne trasferì il centro operativo proprio a Palosco.
Era un’altra Formula 1. Quella delle prequalifiche, dei piccoli costruttori, dei motori clienti, delle squadre che si presentavano ai gran premi sapendo che il primo successo sarebbe stato semplicemente riuscire a prendere il via la domenica.
Per costruire la sua monoposto Rumi creò in Inghilterra la Fomet, affidandola a Robin Herd, uno dei fondatori della March. Nacque così la Fomet 1, spinta dal Ford Cosworth DFR preparato da Brian Hart. Non fu una macchina da punti, anzi.
Nel 1991 Olivier Grouillard faticò persino a superare le prequalifiche e nel finale della stagione arrivò Gabriele Tarquini. Ma il punto non era soltanto dove arrivasse quella macchina: era il fatto stesso che un’azienda nata a Palosco fosse riuscita a trasformarsi in un costruttore di Formula 1.
Rumi non si arrese dopo il primo anno. Fece esattamente il contrario: per il 1992 raddoppiò, schierando due monoposto. Tarquini rimase, al suo fianco arrivò Andrea Chiesa, poi sostituito da Eric van de Poele. La nuova GR02 venne affidata al progetto di Sergio Rinland e mostrò anche una discreta velocità, ma aveva un nemico più forte degli avversari: i soldi.
Fondmetal disponeva di risorse limitate, poteva provare pochissimo e lo sviluppo diventò una rincorsa continua. Dopo il Gran Premio d’Italia del 1992 l’avventura della squadra si fermò.
Ma Gabriele Rumi con la Formula 1 non aveva affatto chiuso.
Fondmetal rimase dentro il grande giro attraverso la tecnologia e l’aerodinamica. Nel 1993 nacque la galleria del vento Fondmetal Technologies; negli anni successivi arrivarono collaborazioni con Tyrrell e Benetton.
Poi, nel 1997, Rumi tornò a essere uomo da box diventando presidente e team manager della Minardi, di cui Fondmetal fu azionista di maggioranza. Il rapporto proseguì fino al 2000, l’ultima stagione prima della cessione. Rumi morì pochi mesi dopo, nel maggio del 2001, a 61 anni.
E qui la storia potrebbe finire.
Invece ricomincia.
Stefano e Alessandra Rumi hanno riportato Fondmetal nel luogo che aveva segnato la vita professionale e personale del padre, ma lo hanno fatto scegliendo una strada completamente diversa. Non c’è più l’ambizione romantica – e costosissima – di costruire una Formula 1 intera. C’è qualcosa di molto più contemporaneo: diventare specialisti assoluti di un componente che apparentemente sembra semplice e che invece, su una monoposto moderna, semplice non è affatto.
La ruota della AMR26 deve sopportare carichi enormi, impatti, frenate, cordoli e temperature, mantenendo al tempo stesso rigidità, precisione dimensionale e peso ridotto. È un elemento strutturale, ma interagisce anche con l’aerodinamica e con la gestione termica degli pneumatici. Il progetto è sottoposto all’omologazione FIA, compresi test di impatto e flessione. Nei primi riscontri raccolti durante la stagione, Stefano Rumi ha spiegato che le ruote non avevano presentato problemi e che i dati avevano confermato i calcoli effettuati in fase di sviluppo.
È questa, più di ogni celebrazione, la parte interessante del ritorno.
Perché Fondmetal non ha riportato in pista semplicemente un nome. Ha riportato una competenza. E le sue ruote sono le più leggere del circus (si parla di mezzo kg su cerchi che ne pesano 6). Insomma Fondmetal il suo gran premio lo ha già vinto anche se l’Aston MArtin di quest’anno è una mezza ciofeca.
Le stesse macchine a controllo numerico, gli stessi processi produttivi e lo stesso sapere metallurgico utilizzati per realizzare le ruote della Aston Martin vengono trasferiti sui prodotti stradali ad alte prestazioni dell’azienda, come la Fondmetal 9RS.


