Che cosa racconta il docufilm su Montezemolo

Ne hanno parlato un po’ tutti i giornali (tranne Repubblica e Stampa, guarda che caso). Ora manca solo di sapere chi lo trasmetterà in Italia visto che per ora non è in programmazione, ma Luca: seeing red merita di essere visto. Ecco come l’ho raccontato su il Giornale

Non possono certo bastare 100 minuti per raccontare la vita meravigliosa di Luca di Montezemolo. Ma in “Luca: seeing red”, il docufilm in cui l’ex conduttore di Top Gear, Chris Harris, gli fa raccontare (in inglese) la sua vita, proiettato in anteprima a Milano l’altra sera, si scopre anche un Montezemolo inedito, quello che si occupa del Ranch di famiglia sulle colline bolognesi e che qualche inverno fa ha pure salvato una quercia di 300 anni che si stava spezzando sotto il peso della neve. “Dopo la mia famiglia, la Ferrari è stata la cosa più importante della mia vita”, ripete tra i ricordi.

Villa Fungarino, la sua villa bolognese, è il centro del documentario firmato da Christopher M. Armstrong e Manish Pandey  e nei suoi anni d’oro in Ferrari è stata il centro della Formula 1. Qui incontrò per la prima volta Jean Todt che si presentò in Mercedes rischiando di far saltare tutto, qui venne a cena Ayrton Senna pochi giorni prima di morire a Imola, quasi promettendo che a fine anno si sarebbe liberato della Williams: “Era seduto su quella poltrona. Aveva un contratto con la Williams, ma anche se non me lo disse, sentivo che non era felice in quella squadra. Mi disse che il contratto non sarebbe stato un problema, che voleva guidare per la Ferrari e avrebbe trovato il modo per liberarsi a fine stagione. Abbiamo cenato insieme, abbiamo parlato di tutto, del Brasile, dell’Italia, della famiglia… pochi giorni dopo ero qui davanti alla televisione quando a Imola… è stato terribile”. A quel punto la domanda di Harris è inevitabile: “Se avessi ingaggiato Senna, avresti ingaggiato anche Michael?”. La risposta è netta: “No”.

Ma quel primo maggio 1994 cambiò la storia della Formula 1 e, qualche anno dopo, a Villa Fungarino arrivò Michael Schumacher l’uomo che cambiò la storia della Ferrari e che qui si travestiva da papà premuroso avvolgendo in una zanzariera la culla della piccola Gina Maria. “Lo abbiamo ingaggiato nel momento giusto, nel 1996, quando la squadra era cresciuta andando a colmare i gap che avevo trovato nell’aerodinamica, nell’elettronica, nello studio dei materiali. A quel punto eravamo pronti. Michael fu uno straordinario uomo squadra, mai una volta disse qualcosa contro il team, neppure quando a Silverstone si ruppe una gamba per colpa nostra”. 

Quando racconta la telefonata di Agnelli a tre giri dalla fine del Gp del Giappone che riportò il Mondiale a Maranello dopo 21 anni, Montezemolo quasi si commuove: “Agnelli mi chiamo a tre giri dalla fine e mi disse: fantastico, abbiamo vinto. Io gli rispondevo: la prego, la prego, mancano tre giri, aspettiamo. Dopo il traguardo mi ringraziò. Poi mi sembrò che stesse piangendo, secondo me sì, pianse”. Le stesse lacrime che ritroviamo in una telefonata di qualche anno prima, quando il giovanissimo Montezemolo da Monza chiamò Enzo Ferrari dopo il Mondiale vinto da Lauda: “Per la prima volta lo sentii piangere”. 

Il docufilm comincia da un’altra telefonata, quella che un giovane pilota di rally conosciuto con il soprannome Nerone, fece a Chiamate Roma 3131 per difendere la Ferrari dagli attacchi degli ascoltatori. Ferrari lo sentì, lo volle conoscere e poi gli offrì un lavoro che nel 1973 lo catapultò in Formula 1. C’è il racconto dell’ingaggio di Lauda, delle fratture di Zandvoort, quando fu travolto da Peterson, dei primi Mondiali. Poi la sua vita cambia in direzione Torino: Fiat, Cinzano con l’incredibile avventura di Azzurra (sua l’idea del nome), poi Italia 90 e il mondiale italiano con la chicca finale del concerto dei tre tenori a Caracalla. “Il più difficile da convincere fu Pavarotti, ma lui voleva una F40 e gliela feci avere in fretta…”.  Finito il Mondiale, Montezemolo si regalò la sua prima Ferrari, una 348. Una brutta sorpresa: “Ero fermo a un semaforo a Roma, accanto a me c’era un ragazzo con una Golf GTI. Mi bruciò…”. Capì subito che quella non era una vera Ferrari. Quando poi Agnelli lo chiamò a Torino e gli affidò la presidenza si ritrovò a dirigere una Ferrari che non vinceva in pista e aveva i piazzali pieni di auto invendute. Partì la rivoluzione. E dove è arrivata la Ferrari lo sappiamo.

In mezzo c’è stata anche la presidenza della Fiat, il lancio della 500, il rapporto con Sergio Marchionne. E poi nel 2014 la fine, prima di un nuovo inizio con Italo, ovviamente in rosso anche se in un’altra tonalità: “Credo che i proprietari di un’azienda, gli azionisti, abbiano tutto il diritto di cambiare un ceo. Il problema è come farlo”. E quella fine non fu scritta bene. “C’è gente che mi chiama dicendomi: possibile che ai musei Ferrari non ci sia una foto tua? Penso che essere gelosi del passato non sia una bella cosa”. Una frase che fuori dal film correda con un giudizio tranchant: “Oggi la Ferrari è senza leadership e senz’anima”. Certo, il confronto di questi anni con quelli raccontati nel film è impietoso.

Vedi anche https://topspeedblog.it/il-docufilm-di-montezemolo-una-lezione-per-la-ferrari-di-oggi/

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

1 commento

  1. mancano molte verità

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