Cinquant’anni fa l’assurda tragedia di Giunti, il pilota a cui Ferrari voleva bene

Anatomia di un delitto. Il titolo di Autosprint di 50 anni fa non lasciava dubbi su come la pensasse il settimanale motoristico più famoso d’Italia, diretto da Marcello Sabbatini, sulla morte di Ignazio Giunti, il giovane pilota romano con un grande futuro davanti.

Era il 10 gennaio 1971. Ricordo che la notizia ci arrivò da un Tg in bianco e nero e lasciò mio padre senza parole. Quel pilota romano stava conquistando anche i cuori di chi non era un appassionato hard di motori. E poi la sua morte così assurda alla 1000 chilometri di Buenos Aires colpí davvero tutti.

Il francese a Jean Pierre Beltoise rimasto senza benzina stava spingendo la sua Matra sul rettilineo del traguardo… Giunti con la sua Ferrari 312PB stava doppiando la Ferrari 512 diz Mike Parkes che gli ostruiva la visuale. Quando Parkes riuscì a scartare evitando la macchina di Beltoise ferma in pista, Giunti non poté far nulla. Si trovò di fronte un ostacolo insuperabile. Lo schianto fu terribile. Giunti morì sul colpo, poi la sua a Ferrari prese fuoco.

Quell’episodio servì per aprire una riflessione. Travagliata, dolorosa ma priva di preconcetti. Fu uno degli episodi capisaldi in cui si cominciò a riflettere sugli errori compiuti. Per il resto Beltoise fu vittima delle circostanze. In quei tempi, se non riportavi la macchina ai box, anche se a spinta, il tuo team ti fucilava. Per questo compiango Ignazio, era un amico, e nello stesso tempo capisco Jean-Pierre

Arturo Merzario

Ci fu un’inchiesta, Beltoise fu squalificato per sei mesi, si lavoro’ molto per la sicurezza da quel giorno. La morte di Giunti salvo’ altre vite… non fu invece preso nessun provvedimento verso il direttore di corsa della gara… Juan Manuel Fangio.

“Gli volevamo bene in tanti”, disse di lui Enzo Ferrari che aveva visto in Ignazio un possibile erede di Ascari, un italiano che avrebbe potuto diventare campione del mondo in Formula 1.

Ignazio Giunti, nato a Roma in una famiglia nobile, figlio del barone Pietro Giunti e della contessa Maria Gabriella San Martino di Strambino, aveva 29 anni: educato, dolce, ma anche irruente e spettacolare, dopo essersi messo in luce nelle gare minori diventò professionista nel 1966, quando l’Alfa Romeo gli affidò la mitica Giulia Gta, al volante della quale ottenne diverse vittorie, tra cui il titolo di campione europeo della montagna nel 1967 nella categoria gran turismo. Quando l’Alfa poi mando’ in pista l’altrettanto mitica 33 nel mondiale Sport Prototipi, Giunti fu subito ingaggiato. In coppia con Nanni Galli ottenne ottimi risultati tra cui il secondo posto alla Targa Florio, dietro solo la più potente Porsche 907-8 ufficiale di Elford-Maglioli.

Enzo Ferrari nel 1969 lo volle al volante della sua sport-prototipo, la 512. L’annata fu disastrosa per il Cavallino, umiliato dalla Porsche 917; ma Giunti conquistò l’unica vittoria della stagione alla 12 Ore di Sebring con Andretti e Vaccarella). Ferrari gli offrì di debuttare nel giugno dello stesso anno in Formula 1 a Spa: chiuse quarto, i primi punti per la 312B con il nuovo motore Boxer 12 cilindri, alternandosi poi per tutto il resto della stagione con Clay Regazzoni a fianco di Jackie Ickx.

Il 1971 cominciava da Buenos Aires e dal mondiale Marche sognando poi di continuare in Formula1, un sogno interrotto sul nascere.

Per approfondire il bel libro di suo nipote https://www.store.rubbettinoeditore.it/ignazio-giunti.html

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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