Cinquant’anni senza Bruce #McLaren pilota e genio che parlava coi pesci rossi

Bruce McLaren con la McLaren M7C Ford al Monaco GP del 1969 (Rainer Schlegelmilch)

Il 2 giugno di 50 anni fa Bruce McLaren è morto mentre provava una sua vettura per la CanAm,  la nuova McLaren M8D sul circuito di Goodwood… Arrivava dalla Nuova Zelanda, ma aveva fatto dell’Inghilterra la sua casa. A Bruce è sopravvissuta la sua azienda, una delle più vincenti nella storia del motorismo, oggi un po’ in crisi, ma ancora lì a correre e a produrre auto stradali. Una Ferrari d’olremanica…

“Quando ero piccolo mia mamma mi ha sentito dire a un pesce rosso: da grande voglio guidare le auto da corsa”. Con un padre e i suoi tre zii che per hobby correvano in moto e in auto e una madre che dai box prendeva i tempi, era difficile che Bruce Leslie McLaren nascesse con altri sogni. Ha trascorso la sua infanzia alla stazione di servizio di famiglia dove, nell’annesso garage, Jack Brabham, un altro ragazzo venuto da quel mondo a conquistare l’Europa, “parcheggiava” le sue auto da gara.

Il giovane McLaren disputò però le sue prime corse in ospedale su una specie di barella a ruote alte dove è stato costretto a vivere per un paio d’anni con le gambe perennemente in trazione. A nove anni era stato colpito dalla malattia di Legg-Calvé-Perthes che, anche una volta finito quel supplizio, gli lasciò in eredità la gamba sinistra leggermente più corta della destra costringendolo a zoppicare per tutta la vita.

L’illustrazione di Roberto Rinaldi del libro Centauria

Non potendo dedicarsi al cricket o al rugby, a 14 anni partecipò alla sua prima gara in salita. Non smise più di correre e di lavorare sulle sue auto. Quando poi a 20 anni vinse una “borsa di studio” per andare a gareggiare in Inghilterra, la sua vita cambiò definitivamente. Nel ’58 con una Cooper F2 esordì nel mondiale di F1 al vecchio Nürburgring: con un quinto posto davanti a tante vetture superiori, dimostrò subito chi era.

Nel 1959 a Sebring vinse il primo Gran premio della sua vita. Aveva 22 anni, 3 mesi e 12 giorni. Solo nel 2003 Alonso riuscì a migliorare questo primato. Viveva per le corse e quando nel 1963 fondò la sua squadra costruendo le sue auto, non smise mai di sporcarsi le mani insieme ai suoi meccanici. Le colorò di arancione papaya perché in America, dove correva nella serie Can-Am, le corse erano trasmesse a colori in tv… Voleva farsi notare. E dopo aver vissuto e vinto per anni con i colori di un pacchetto di sigarette, le McLaren sono tornate a colorarsi di arancione papaya negli ultimi anni, ma ancora stanno inseguendo la gloria che fu.

Bruce vinse nel 1968 in Belgio la sua quarta e ultima gara, la prima della McLaren, la scuderia che dopo di lui ha conquistato 20 titoli mondiali, la più storica e vincente dopo la Ferrari. Aveva realizzato il suo sogno che, come quello di Ferrari, gli è sopravvissuto. Bruce se ne andò presto, provando una sua auto a Goodwood. Aveva 32 anni. E senza saperlo, quando nel 1964 nel libro “From the cockpit” scrisse il ricordo del compagno di squadra Timmy Mayer, compose il suo epitaffio: “La vita si misura nei risultati, non solo negli anni”.

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Per ricordare il suo fondatore a 50 anni dalla morte, la McLaren ha svelato oggi una statua in grandezza naturale di Bruce e alla cerimonia ha partecipato la figlia Amanda:

“È un onore celebrare il 50 ° anniversario della morte di mio padre Bruce McLaren svelando questa statua meravigliosamente realizzata per commemorare la sua vita e le sue conquiste. Quando mio padre morì nel giugno 1970 – appena 12 anni dopo essere venuto nel Regno Unito dalla Nuova Zelanda – aveva già fatto così tanto per realizzare le sue ambizioni, ma il meglio doveva ancora venire. I successi della McLaren per oltre 50 anni nella Formula 1, la vittoria storica della 24 Ore di Le Mans del 1995 e le supercar e le hypercar progettate, sviluppate e costruite sotto lo stendardo della McLaren, sono tutte la sua eredità”.

“Il 2 giugno è sempre un appuntamento emozionante per noi ed è particolarmente vero quest’anno. Avere “Papà” a guardare la McLaren è incredibilmente commovente e so che sarebbe stato molto orgoglioso dei risultati raggiunti in suo nome “.

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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