Le aquile di #Nassetti, un libro da leggere al volo

Alberto Nassetti  (Bologna, 18 luglio 1966 – Tolosa, 30 giugno 1994)

“Molte aquile ho visto in volo “, il libro di Filippo Nassetti edito da Baldini + Castoldi, parla di un altro genere di piloti. Non quelli di auto o moto, quelli di aerei. “Vite straordinarie di piloti” recita il sottotitolo che fa capire ancora più decisamente dove vuole arrivare staccando le ali da terra questo bel volume con la prefazione di Gabriele Romagnoli.

Filippo, un collega appassionato di sport e da vent’anni in Alitalia dove segue i rapporti con i media (vi sarà anche capitato di leggerlo su Ulisse 2000), è il fratello di Alberto, uno dei due piloti italiani tragicamente deceduti in un volo di prova dell’Airbus A330 nel 1994 a Tolosa. Filippo ci racconta di Alberto e di Pier Paolo Rocchetti e dei loro sogni. Ma ci racconta la vita e le storie di altri uomini a cui noi affidiamo la nostra vita ogni volta che ci imbarchiamo.

Erano in sette su quell’aereo nell’estate in cui l’Italia sognava con la nazionale di Sacchi in America. C’erano due piloti, tra cui il capo collaudatore inglese, un tecnico di volo, due piloti italiani (Alberto e il suo collega e amico Pier Paolo Racchetti) e due funzionari di Airbus. L’aereo si schiantò subito dopo il decollo. Non sopravvisse nessuno e oggi ad Alberto e Pier Paolo sono dedicate due vie a Fiumicino e due aerei dell’Alitalia, due Boing 777. A Tolosa esiste un memoriale per tutte le vittime.

Filippo non racconta l’incidente: ha voluto raccontare la vita di suo fratello, non la morte. E ci è riuscito alla grande.

Leggi un estratto

Nella mia famiglia c’è un vecchio zio, Federico, pioniere dell’aeronautica, un asso dell’aviazione italiana di bombardamento, Medaglia d’oro al valor militare nella prima guerra mondiale. E poi Gianni, il fratello di mio padre, generale dell’aviazione in tempi più recenti e poi addetto militare all’ambasciata in Irak. Mi fece salire bambino su un F104 all’aeroporto di Villafranca, lo ricordo ancora 50 anni dopo… Insomma in famiglia qualche gene aeronautico c’era e anch’io avrei voluto fare il servizio militare con la divisa azzurra, ma un timpano perforato mi fece finire su un carro armato. Questo per dire che le pagine di Filippo mi hanno toccato particolarmente. Le ho trovate piene d’amore non solo per suo fratello, ma per chi come lui amava e ama volare.

Per capire meglio suo fratello Alberto, leggete queste righe che raccontano come, una volta scoperto di avere un tumore al cervello, decise di farsi operare per tornare a volare: «Decise di farsi operare subito, anche se questo comportava il rischio di non parlare più o di finire su una sedia a rotelle, ma lui voleva la possibilità di continuare a volare. L’operazione riuscì e dopo dieci mesi era già seduto al simulatore. Per festeggiare si regalò un viaggio in Nuova Zelanda e celebrò il suo amore per l’aria con un lunghissimo salto nel vuoto, il bungee jumping, su un lago al centro dell’isola Nord. Ricordo però lo sgomento al ritorno quando sembrava che non venisse accolta la sua richiesta di tornare a pilotare. Non era mai accaduto, non c’erano precedenti, e così incontrò legittime resistenze. Ma lui non si arrese, rinunciò ad alcuni farmaci che gli avrebbero impedito di pilotare e alla fine l’Aeronautica gli confermò l’idoneità al volo ma stabilendo che avrebbe dovuto ripetere la visita per rinnovare la licenza ogni sei mesi. È stato il primo pilota al mondo a rientrare in servizio dopo aver subito un’operazione al cervello».

Ma anche leggere una poesia che ci ha lasciato:

“Molte aquile ho visto in volo,
Ali maestose sfidare il suolo.
Rapaci solitari incontro al sole,
Imperiali figure sfrecciare nelle gole.
Ancora a lungo li vedrò.
Poi, con loro, io morirò”.

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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