Ricordando Jim #Clark il Senna degli anni Sessanta

Jim Clark, qui festeggiato anche da Monica Vitti dopo una vittoria in Olanda

Ecco qui riproposti i due post che avevo dedicato a Clark quando questo blog era ospitato su gazzetta.it

Sono passati 50 anni e il mistero non è ano cora stato svelato. Non sapremo mai che è successo a Jim Clark il 7 aprile 1968. L’unica cosa che si sentiamo di escludere è l’errore del pilota, dell’uomo. Un asso come lo scozzese più veloce del mondo (più di Stewart, sì ammettiamolo) non avrebbe mai potuto sbagliare in rettilineo, anche sotto il diluvio, anche su una pozza d’acqua. Jim Clark è stato l’Ayrton Senna degli anni Sessanta. Formidabile sul giro secco, imprendibile quando riusciva a partire in testa.  Anche se la gara della vita resta forse la sua rimonta a Monza nel 1967. Un pilota completo. Eroe dei due mondi: Formula 1 e Indianapolis. E’ morto a 32 anni, due in meno di Ayrton. Ha un solo neo: non ha mai vinto a Montecarlo, nonostante le 4 pole.

Ma Jim Clark era un “onnivoro”. Un pilota che correva dovunque. Il 1965 resta un anno pazzesco: campione in Tasmania, vincitore della 500 miglia di Indy, campione del mondo di F1, vittorie in F2, nei prototipi. Un anno cominciato vincendo a capodanno il Gp del Sud Africa… bei tempi quando la Formula 1 apriva l’anno il primo gennaio…. Ma già tre giorni dopo Clark volava da Joahnnesburg a Auckland via Maurizio, Cocos Island, Perth, Melbourne e Sydney… Non bellissimi i tempi in cui gli aerei avevano autonomia ridotta… Giusto per capire il ritmo…. Time gli dedicò addirittura una cover.

Jim Clark, uno dei più grandi piloti di ogni epoca, con due mondiali di Formula 1, 25 vittorie, 33 pole in 72 gran premi, una 500 miglia di Indianapolis, se ne è andato via vittima di un incidente di cui le cause non sono mai state completamente svelate. Un po’ come accadde con Alberto Ascari a Monza. varie ipotesi, nessuna certezza. Jim Clark se ne andò il 7 aprile 1968 durante una gara di Formula 2 (la F1 aveva quattro mesi di stop dopo il via in Sud Africa) a Hockenheim. L’unica testimonianza fu quella raccolta da Chris Irwin che lo seguiva: “Non riesco a spiegarmi come sia potuta avvenire la tragedia. Ho visto la macchina di Clark uscire di pista proprio all’inizio della curva denominata Coda di gambero. La macchina ha rotolato su sé stessa più volte poi si è schiantata tra gli alberi”, là dove adesso c’è un cippo a ricordarlo.

In Italia la notizia arrivò nel pomeriggio dalla Radio: “Erano le 12.40 e si stava disputando la prima manche di una gara di nessun interesse per il due volte iridato scozzese. Pioveva a dirotto e il cielo sopra Hockenheim era buio. Clark, al quinto giro, si trovava in settima posizione, aveva appena superato la Lola di Irwin e precedeva la Matra di Henry Pescarolo. Improvvisamente la sua Lotus-Ford, mentre percorreva il velocissimo nastro d’asfalto che si addentrava nella foresta prima di una leggerissima, quasi impercettibile curva, puntò sulla sinistra e ad oltre 250 orari ormai senza controllo finì in mezzo agli alberi, al di là del guard-rail. Un urto terribile. La monoposto si spezzò in due tronconi frantumandosi: Clark morì sul colpo”.

Enzo Ferrari che aveva avuto la tentazione di ingaggiarlo (come con Stewart, altro scozzese volante), lo ha raccontato così nel suo Piloti che gente:

Jim Clark era senza dubbio un grande. Uno di quelli che si contano sulla punta delle dita. Me lo descrivevano come non molto loquace, intelligente, spregiudicato in corsa. Era un pilota come Alberto Ascari. Odiava vedersi le ruote intorno. Partiva in testa e andava via. Ma se doveva rimanere nella mischia, a battagliare, il gioco si faceva più duro per lui. Meglio solo, attardato, a rimontare. Come a Monza nel ’67, quando fece impazzire d’entusiasmo gli appassionati. Mi sarebbe piaciuto affidargli una Ferrari. Qualcuno mi disse che potevo portarlo nella mia squadra. Io non ci ho mai creduto. Clark non avrebbe mai corso su una macchina non inglese. Per lui come per gli altri che non avevano avuto seri incidenti, o perlomeno guai fisici, il primo è stato anche l’ultimo”.

“Come Bandini. Tutti ancora continuano a chiedersi perché. Ne abbiamo lette e sentite tante: dall’avaria meccanica, che una radiografia vuole imputare agli ammortizzatori, alle condizioni della pista di Hockenheim, alla gomma, a un giovane spettatore incauto. Lo dissero anche di Ascari a Monza. Purtroppo, di quegli attimi supremi manca sempre la fondata testimonianza. Forse nemmeno il pilota, se fosse sopravvissuto, avrebbe potuto spiegarlo”.

L’imbattibile 1965 di Jim Clark, uomo copertina di Time

The quickest man on wheels. L’uomo più veloce sulle ruote (quattro naturalmente). Cinquant’anni fa Jim Clark conquistò con questa presentazione la copertina di Time. un onore straordinario per uno sportivo europeo. Un onore che il mondo della Formula 1, così lontano dagli Stati Uniti,  non ha avuto molto spesso. Ne ricordo una sulla Ferrari ai tempi di Villeneuve e una su Schumacher nel periodo d’oro, ma probabilmente erano cover delle edizioni europee visto che nello store ufficiale di Time non risultato.

Il 1965 di Jim Clark però fu un anno particolare. Irripetibile. Campione del mondo di Formula 1 (il bis dopo il titolo del 1963) e vincitore della 500 miglia di Indianapolis, primo pilota europeo a conquistare la gara mito d’America. E fu proprio dopo il successo di Indy con un dominio durato per 190 dei 200 giri, che Clark, eroe dei due mondi, si prese la copertina del settimanale. Il secondo mondiale arrivò aritmeticamente solo il mese successivo, all’inizio di agosto dopo il Gp di Germania al Nurburgring, ma i sei successi nelle prime sette gara, avevano fatto capire che non sarebbe potuta che finire in quel modo.

Jim Clark che ho vissuto soltanto attraverso i racconti di chi lo ha visto correre, è stato un pilota fantastico. Un Senna di un’altra epoca. Con avversari terribili come ebbe Ayrton, visto che  Clark doveva vedersela con Graham Hill, John Surtees e il primo  Jackie Stewart. Clark come Senna era un fenomeno sul giro veloce: 33 pole in 72 gare fanno una media straordinaria; come le 25 vittorie ovviamente sempre in 72 gare. E come Ayrton anche Clark se ne è andato facendo quello che più amava: correndo. Era il 7 aprile del 1968, era una gara di Formula 2, era il circuito di Hockenheim. Jim Clark aveva 32 anni.

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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