Il 5 settembre di 50 anni fa a Monza se ne andò Jochen Rindt, l’unico pilota ad esser diventato campione del mondo alla memoria. Il destino lo aspettava alla Parabolica in una nuvola di polvere e sabbia.
Ecco come l’ho raccontato nel mio libro La Formula1 in 50 ritratti pubblicato da Centauria con i bellissimi disegni di Roberto Rinaldi.
La sua Lotus 72 rossa che quell’anno era troppo veloce per tutti, cinque trionfi in sei gare nel cuore del 1970, tanto che neppure Ickx è più riuscito a raggiungerlo in classifica, si infila sotto un guardrail troppo alto per essere sicuro. Colpa della rottura dell’alberino di supporto del disco freno, stabilisce l’inchiesta. “E’ troppa questa fortuna, comincio un poco a preoccuparmi perché potrebbe non continuare”, leggi la frase che Rindt ha pronunciato all’inizio di quel weekend italiano e ti si raggela il sangue. Jochen Rindtera nato in Germania a Magonza, da padre tedesco e madre austriaca. Quando i suoi genitori morirono sotto un bombardamento alleato ad Amburgo, Jochen che non aveva ancora due anni, fu adottato dai nonni materni che vivevano a Graz. Cominciò a correre per le strade in monopattino, poi in moto: la velocità lo ha subito attirato.

Per correre sfruttò il patrimonio lasciatogli dal padre, di cui entrò in possesso appena raggiunta la maggiore età. Veloce, coraggioso, spettacolare. Non bello, ma affascinante, sposato con una bellissima ex modella finlandese, Nina che lo accompagnava sempre ai box per fargli da cronometrista. Era figlia di Curt Richard Lincoln, un ricco finlandese che era avversario di Jochen in Formula Junior. Jochenla conobbe proprio ai box di Montecarlo. Rindt aveva un certo Bernie Ecclestone come manager personale e Jackie Stewart come migliore amico. Non si accompagnava male. Tanto da conquistare Colin Chapman che nel 1969 lo volle in Lotus dopo gli anni in Brabham, Cooper e ancora Brabham, dopo l’esperienza sfortunata a Indianapolis e la vittoria nel 1965 a LeMans con Masten Gregory, l’ultima della Ferrari alla 24 ore più famosa del mondo. I giornali lo chiamavano Dynamite per il suo piede pesante, Grindt per il suo temperamento o Tiger per il naso che ricordava il felino. Il bello è che Rindt soffriva di mal d’auto, soprattutto su certe piste molto tortuose. Forse è per quello che poi andava così veloce.


