Fino a che c’è gente come Peterhansel la Dakar avrà un senso

Stéphane Peterhansel ha vinto con la Mini la sua quattordicesima Dakar. Sì avete letto bene 14 vittorie in 32 edizioni corse. Il primo a vincere in Africa, Sud America e Asia dopo che era diventato il terzo a vincere in moto e in auto (come Hubert Auriol che se ne è appena andato e Nani Roma)

Sei successi in moto con Yamaha (1991, 1992, 1993, 1995, 1997, 1998), otto in auto (2004, 2005, 2007, 2012, 2013, 2016, 2017, 2021) con Mitsubishi (3), Peugeot (2) e con la Mini JCW Buggy (3). Se lo chiamano Monsieur Dakar un motivo deve esserci. Lo ha ammesso anche papà Sainz che ci stava riprovando anche lui con una super Mini, un’auto che non ha nulla a che fare, se non per il nome, con la popolare vettura che siamo abituati a vedere sulle nostre strade.

Peterhansel che compirà 56 anni ad agosto, ha cominciato con lo skate diventando campione francese, poi è passato alle moto, prima enduro, poi la Dakar, una bestia che quando ti prende non ti molla più. Lui, dopo essersi perso nel deserto, ha cominciato a vincere nel 1991, trent’anni fa e non ha ancora finito visto che ha già lanciato la prossima sfida con l’Audi elettrica. vedi qui

Fino a che ci saranno personaggi con Peterhansel (ma anche come papà Sainz che ha chiuso al terzo posto dopo il successo dello scorso anno) la Dakar avrà un senso. Ha cambiato i continenti, ha stravolto la sua formula, ma alla fine è sempre la passione di personaggi come lui che la tengono viva. E poi il fatto che vi possani artecipare campioni con squadre ufficiali come la super squadra Mini Red Bull o privati (danarosi) con assistenze meno sofisticate, ma uguali passioni.

Le dichiarazioni del vincitore, giusto per la cronaca e per capire un po’ di più il concetto…

“C’è sempre stata tanta pressione, e quello che dico sempre è vero: ogni gara è molto difficile da vincere. Devi dare il massimo, devi essere completo, devi avere una buona squadra, devi avere una buona macchina e, ovviamente, un navigatore di alto livello. Nonostante tutto, però, l’errore è umano. Si possono commettere errori molto rapidamente”.

“Quindi vincere la Dakar per la 14esima volta è stato importante, perché mi ha permesso di far passare 30 anni tra la mia prima vittoria e l’ultima, quella ottenuta oggi. E penso anche di essere l’unico ad aver vinto in tutti e tre i continenti, avendo vissuto la gara in Africa, in Sud America e ora in Arabia Saudita. Siamo dei privilegiati”.

“Penso che non sia solo esperienza, perché quando vedi Edouard Boulanger (il suo navigatore, ex motociclista come lui) ha pochissima esperienza come navigatore. E’ la lucidità, l’analisi del roadbook dal lato della navigazione a fare la differenza. Da parte mia ho provato a non farmi prendere la mano quando sentivo di essere un po’ più lento dei rivali”.

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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