Rassegna stampa: cosi è stato ricordato Frank Williams

Ricordando Frank Williams. In Italia siamo stati molto generosi con sir Frank. Giusto così. E’ stato davvero un mito (Addio a Frank Williams l’ultimo dei mohicani)…

“Dove il fiume Tyne incontra il Mare del nord, a sei km da Newcastle, c’è questo posto di spiagge e di dune, di moli e di fari, scogliere, insenature, dove al loro tempo i Romani costruirono un fortino per rifornire i soldati lungo il Vallo di Adriano. – scrive oggi www-loslalom.it – Si chiama South Shields. Ha sei miglia di costa e tre di facciata fluviale. Alla fine dell’Ottocento venne a insediarsi qui una comunità di yemeniti. Lavoravano come marinai, principalmente vigili del fuoco nelle sale macchina a bordo dei mercantili. Fu la prima comunità musulmana stanziale in Gran Bretagna. Le industrie del carbone e della costruzione navale avrebbero resistito fino alla chiusura disposta durante l’era della signora Thatcher. Così, a South Shields hanno finito per costruire le prime moschee del Regno. Ce n’è una a Laygate, nella scuola yemenita. Accolse Muhammad Ali nel 1977. In questo posto che è l’unico collegio elettorale dal Great Reform Act del 1832 a non aver mai eletto un deputato conservatore, sono nati due visionari. Uno ha fatto il regista, si chiama Ridley Scott. L’altro voleva andare veloce. È stato Frank Williams“.

Lui era un vero gigante del nostro sport. Ha superato le sfide più difficili della vita e ha lottato ogni giorno per vincere, dentro e fuori la pista

Stefano Domenicali

Alla fine degli Anni Quaranta, inizio dei Cinquanta, Frank era un bambino ossessionato dalle corse automobilistiche. Andava in giro facendo finta di essere dentro una macchina, come raccontò in un documentario per Sky Sports UK. Alla fine una macchina è diventato lui stesso, la Williams, sette titoli mondiali per piloti in Formula 1 e nove per costruttori, tutti racchiusi tra il 1980 e il 1997, un ventennio scarso nel quale c’era una parola sola per dire invincibile, e quella parola era il suo cognome. Williams aveva sì tentato di fare il pilota, ma andava sempre fuori strada. S’era messo inizialmente a fare il meccanico, sperando di avere presto i soldi per aprire una squadra. I soldi li trovò lavorando come venditore di generi alimentari. Aprì la Frank Williams Racing Cars, comprò un telaio Brabham, mise sotto contratto il suo amico Piers Courage, andando incontro al primo dolore di una vita segnata dalle tragedie. Courage morì in un incidente in Olanda nel 1970. I tempi si fecero subito duri. Uno degli aneddoti più ricordati stamattina è che in quel periodo Frank faceva le sue chiamate di lavoro da una cabina telefonica, gli avevano staccato la linea dell’ufficio per delle bollette non pagate. Anche sua moglie Ginny metteva i propri soldi nel team per farlo funzionare. Il suo sogno fu comprato dal magnate del petrolio canadese Walter Wolf, rinunciò a tutto, ripartì da zero. Aveva bisogno di un ingegnere e gli fecero il nome di Patrick Head. Così nacque la Williams Grand Prix Engineering. Era il 1977. L’anno di Ali nella moschea. Presero la sede in una vecchia fabbrica di tappeti e fecero quello per cui si erano messi insieme: non fermarsi più. 

  Mi ricordo bene il nostro incontro all’indomani del Gran Premio del Giappone. Mi voleva conoscere personalmente, ci eravamo salutati per anni nel paddock ma non c’era mai stata un’occasione per parlare con tranquillità. Andò subito al punto, mi disse: – Abbiamo bisogno di te. La squadra era in un momento difficile e anche io, quelle parole mi gratificarono molto, mi fece sentire importante, avvertii molto rispetto in quella frase

Felipe Massa

Williams non si è fermato nemmeno dopo l’incidente stradale del 1986 che lo ha reso tetraplegico. Guidava una Sierra presa a noleggio, andava a Marsiglia, lo aspettava un aereo dopo una sessione di test al Paul Ricard. Il giornalista inglese Peter Windsor, all’epoca suo assistente nel team e seduto quel giorno al suo fianco, ha raccontato che correvano perché erano in ritardo. Persero il controllo in una curva, si ritrovarono in mezzo agli alberi, giù per un pendio. L’auto era distrutta, lui non si era fatto niente, invece Frank gridava, gridava I can’t feel my legs, I can’t feel my legs. I medici gli diedero pochi giorni di vita. Si sbagliavano. Ginny iniziò a seguire più da vicino il team, oltre che i tre figli: Jonathan, Claire e Jaime. Frank pensava solo a tornare prima possibile. Sei settimane dopo l’incidente era con la sua squadra, su una sedia a rotelle, al Gran Premio di Gran Bretagna a Brands Hatch. Ha fatto da allora molte scommesse, alcune magnifiche, altre tremende. 

Soffiò Nelson Piquet alla Brabham (1986) e tenne la notizia segreta – ricorda Motorsport – così segreta che quando il brasiliano andò a dire che se ne andava al capo del team, Bernie Ecclestone, quello uscì di scatto dai box urlando, in direzione della McLaren, pensava che era stato Ron Dennis a portarglielo via. Fu Piquet a gridargli alle spalle che doveva andare dall’altra parte, doveva andare da Frank. 

 Mi domando cosa sarebbe successo se non ci fossero state persone come Frank, mi chiedo se la Formula 1 sarebbe sopravvissuta fino a oggi. Una delle persone che ha costruito questo sport

Bernie Ecclestone

Aveva a lungo sognato di avere Ayrton Senna alla guida della sua macchina e tutto finì alla terza gara, a Imola. Alberto Antonini su Formula Passion ha ricordato cosa accadde in quel periodo e tutta la tensione che ne seguì: Da giornalista, Frank era stato prima amico e poi nemico. In redazione, ad Autosprint, c’era l’abitudine della telefonata della domenica sera, per commentare con lui i fatti e i retroscena della politica sportiva. La mia prima intervista con lui la feci proprio al telefono, mi impressionò per la gentilezza e la disponibilità. Frank aveva gli occhi chiari e quasi sempre lucidi, aveva un sorriso che ti conquistava, ma faceva in fretta a cambiare espressione e a diventare duro, tagliente. Dopo la tragedia di Imola ci ritrovammo su due fronti contrapposti: lui impegnato a difendere l’operato della sua squadra, a negare ogni errore e negligenza come causa dell’incidente e della morte di Ayrton Senna. Noi, al settimanale diretto da Carlo Cavicchi (che in quell’occasione fu irriducibile e coraggioso), decisi a non far insabbiare un caso che presentava molti, troppi punti oscuri, a iniziare da quell’inspiegabile rottura del piantone dello sterzo. Furono mesi, anzi anni, molto difficili, un periodo in cui non solo la Williams, ma tutto l’establishment delle corse britanniche, si era rivoltato contro il nostro giornale e, in generale, contro l’Italia e il suo sistema giudiziario, per il quale – giustamente, credo – un circuito automobilistico non è una terra di nessuno in cui ogni incidente, anche mortale, può passare ingiudicato e impunito. Volarono parole grosse e anche cause giudiziarie, e non parlo solo del processo di Imola. Un altro team principal avrebbe fatto come i tanti che, quando una testata giornalistica dà fastidio, si negano ai colloqui e alle interviste. E invece, quando si trattò di andare a parlare con lui per avere notizie, mi volle ricevere nell’hospitality (eravamo in Canada, se ricordo bene). Ho ancora in mente la strana solidarietà del suo infermiere/assistente che poco prima dell’incontro mi disse: “Adesso ti riceverà. Vacci giù duro, perché lo sarà anche lui”. È sempre difficile dare addio a chi ha fatto la storia di questo sport. Con Williams se ne va la memoria degli anni eroici, quelli in cui un uomo solo, con la sua determinazione, poteva dare vita a qualcosa di grande. Una ragione in più perché i manager di Dorliton Capital non si azzardino, mai, a cambiare nome al sogno di Frank”.

Quando ruppe con Damon Hill, Carlo Marincovich su Repubblica gli dedicò un ritratto nel quale metteva a fuoco le analogie con Enzo Ferrari. Eccone un brano: Quando qualcuno va a parlare di soldi con Frank Williams esce sempre spennacchiato e con la mente in subbuglio. Si potrebbe pensare ad una tirchieria smodata di Frank Williams, ad un uomo avido, capace di azzuffarsi con chiunque se un solo penny cade per terra, magari in chiesa. Forse c’è anche questo, ma non solo questo. Il fatto è che Frank Williams è per molti versi simile a Enzo Ferrari, ma non nel senso di vergognoso attaccamento al denaro. Nel senso invece di “comprensione di se stessi”. Quello che conta per Williams, come contava per Ferrari, è la squadra, o forse meglio la macchina. È la Williams che vince, non Damon Hill o vattelapesca. Così come era la Ferrari a vincere, non Lauda o Scheckter o chicchessia. Tutti e due, Williams e Ferrari, sono da considerare dei grandi tycoons, uomini che si sono fatti da soli, con le proprie idee, le proprie mani, la propria volontà e intelligenza. Quello che hanno costruito, pur nella diversità delle due aziende, finisce per essere ai loro occhi prima ancora che a quelli degli altri, un monumento, una pietra miliare che nessun pilota per quanto grande può permettersi di oscurare. E così, qualunque cosa abbia fatto Damon Hill per la Williams (ma certo meno di altri piloti) non vale una Williams. E così quando arriva il giorno della resa dei soldi, tocca sempre al pilota fare fagotto e andarsene. Per una sola persona Frank Williams non badò a spese ma si chiamava Ayrton Senna ed era unico, irripetibile. Solo per lui la cassaforte si aprì, come una mitica Sèsamo”. 

 Era un uomo di poche parole. Sapeva parlare molte lingue, ma non si dedicava a pettegolezzi oziosi. È stata una parte importante della storia di questo sport

Lewis Hamilton

Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera ricorda un uomo che parlava un ottimo italiano. Imparato alla fine degli anni Sessanta quando andava e veniva dall’Inghilterra trasportando piccole monoposto, motori e ricambi destinati a chi, da queste parti, era pronto a tutto pur di saltar dentro una macchina, il gas a fondocorsa. Faticava a respirare ma cedeva alle richieste di interviste per raccontare e ricordare i giorni gioiosi, le furibonde lotte tra Mansell e Piquet, il dolore di fondo per la perdita di Senna a Imola, con quel penoso, inutile processo che ne seguì, una via crucis supplementare. Era un reduce, protagonista di un’epoca che vive nella memoria di vecchi innamorati. Due anni fa Hamilton lo portò a spasso a Silverstone su una Mercedes stradale in occasione del Gp. È quella l’ultima immagine che abbiamo di Frank Williams. Contiene il sorriso di chi non aveva smesso di considerare la velocità una avventura senza prezzo. «Mi hanno detto di andare piano» disse Lewis prima di partire. «Stai scherzando vero? – rispose -. Mi aspetto grandi cose». Dovevano fare un solo giro: «Facciamone un altro, per favore, questo per me è indimenticabile».

 Sir Frank Williams è stata una delle persone più gentili che ho avuto il piacere di incontrare. Fino ai suoi ultimi giorni so che è rimasto un corridore in cuor suo. Un corridore e un guerriero. La sua eredità vivrà per sempre

Damon Hill

Negli ultimi 24 anni la scuderia avrebbe vinto solo 11 corse, l’ultima delle quali con Pastor Maldonado al GP di Spagna del 2012, l’anno in cui Frank si è dimesso dal cda della Williams. Claire prese il suo posto, fino alla cessione al fondo USA. Un lungo e malinconico finale di stagione che non impedisce alla stampa inglese di salutarlo con commozione. 

Oliver Brown sul Telegraph dice che era inventivo, provocatorio e brillante: ha rivoluzionato la Formula Uno una figura totemica nel motorsport britannico, una personalità con un potere tanto forte sull’immaginario sportivo della nazione quanto quello di Enzo Ferrari in Italia. Il suo nome resisterà, come artefice dell’ultima delle squadre a conduzione familiare che hanno conquistato il mondo. Williams era la quintessenza della britannicità. Questo elemento non è mai stato tanto evidente come al culmine della Mansell-mania nel 1992. La sua ostinazione lo ha reso un genio del paddock. Ha messo a dura prova la sua efficacia come padre di famiglia. Il giorno del suo matrimonio, non pensò al pranzo e andò direttamente in fabbrica. Quando Ginny portava i loro tre figli in vacanza a Marbella, lui non è mai andato. Prima della morte per cancro nel 2013, all’età di 66 anni, Ginny ha scritto un libro, A Different Kind of Life, spiegando la rabbia che ha provato all’indomani dell’incidente di Frank. Il rifiuto di suo marito di leggerlo ha causato un dolore estremo a sua figlia Claire”. 

Giles Richards per il Guardian ha scritto che la Formula 1 durerà, ma sicuramente non vedrà mai più un uomo come Sir Frank Williams. Ha forgiato una leggenda delle corse, una squadra come nessun’altra, e lo ha fatto contro ogni previsione. Determinato, talvolta spietato, Williams ha piegato la F1 e la vita alla sua volontà. Era un astuto uomo d’affari, ma al servizio delle corse. Non avrebbe mai permesso alla sua disabilità di togliere qualcosa alla sua feroce spinta competitiva. Era impossibile non ammirarlo”.

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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