Rassegna stampa tra #Hamilton e #Schumacher. Sentite Damon Hill

Rassegna stampa del lunedì post 91esima vittoria. Hamiltons vs Schumacher. Tanto da leggere, tanto da pensare. E grazie a http://loslalom.it

Giorgio Terruzzi racconta sul Corriere della sera che quel casco rosso e nero ha fatto venire i brividi ai ferraristi perché si tratta del casco usato da Schumacher in Mercedes. Mi fa piacere pensarla come Giorgio, è da ieri che ne discuitiamo su questi blog (vedi qui) Un team con il quale non vinse affatto. La scelta nasconde però una storia dettata da sentimenti contrastanti: da una parte la famiglia del campione tedesco desiderava offrire ad Hamilton un «pezzo» originale, unico; dall’altra non riusciva a separarsi dai caschi di quel ciclo trionfale in Ferrari. Così, la scelta del casco Mercedes. Cosa importa? Il simbolo è comunque prezioso, segna una congiunzione memorabile tra due campioni, due mondi, due epoche che le statistiche costringono ad accostare, anche se i paragoni, in uno sport dominato dalla tecnologia, sono sempre complicati. Due fuoriclasse, due buoni esempi, scrive Terruzzi nel metterli a confronto che trattavano e trattano il lavoro come dovere e privilegio, evitando di dare eccessiva importanza al proprio talento. Hamilton, ostentando le proprie idee, cela i lati più autentici e ombrosi della propria esistenza. Così come Schumacher, ostentando sicurezza, nascondeva le complessità di un’anima sensibile. Qualcosa che abbiamo compreso tardi, in un doloroso rimpianto.

Di rimpianti scrive pure Benny Casadei Lucchi sul Giornale nel ricordare il 91esimo successo di Schumacher, era il 2006, quando nessuno sapeva che sarebbe rimasto l’ultimo. Quel giorno a Schumi – scrive – non facemmo grandi feste. La sua vittoria, per noi l’ennesima, per lui l’ultima, era come un dolce prelibato che avevamo divorato per anni con ingordigia tale da non gustarne più il vero sapore. È ciò che accade oggi con i successi di Lewis Hamilton e la Mercedes. La differenza, unica e non piccola, è che a trionfare allora era la nostra nazionale rossa. La novantunesima vittoria del grande campione al volante della Ferrari, letta con l’avara e mesta realtà rampante di oggi, ci vide quel giorno colpevolmente sazi e distratti. Ad aver saputo dei futuri e ripetuti digiuni, avremmo festeggiato e celebrato di più. 

Maurizio Crosetti su Repubblica racconta che un casco mostra un solo indizio della persona che contiene e custodisce: lo sguardo. In quell’unica fessura circondata da lamiere, imbottiture, cromature, vernici, ansia e vertigine, brillano gli occhi di un uomo. Dal casco si riconosce il pilota, è il suo segno distintivo, il cimiero. Alcuni non escono più dalla mente, quello di Senna, di Lauda, di Giacomo Agostini, di Valentino Rossi, di Schumi. Ecco perché il figlio lo ha raccolto come un tesoro e l’ha donato. C’è memoria in quel gesto e c’è attesa, perché un giorno il padre tornerà.

Dopo averlo raggiunto nei GP vinti, ora la sfida di Hamilton alla storia di Schumacher si sposta sul terreno dei Mondiali vinti. Il sottoscritto su il Giornale ha scritto stamattina che Hamilton ha pareggiato il conto. Ci sono voluti 261 gran premi, 14 stagioni. Schumacher c’era arrivato in 16 stagioni, ma dopo meno gare, 246 per l’esattezza. Se Michael potesse sarebbe stato lì al Nürburgring a dargli personalmente il suo casco. Se Lauda fosse ancora qui, sarebbe stato lì a stringergli la mano, almeno figuratamente visto il momento Covid. Niki è stato l’uomo che lo ha convinto a lasciare la McLaren per la Mercedes, il consigliere che ha trasformato la giovane promessa in grande campione. Se c’è una persona che merita di guardare i record di Schumi negli occhi questa è proprio Lewis. Hanno molto in comune, nel modo di correre, nella maniera di fare squadra, nella capacità di sbriciolare avversari e compagni. Michael ogni tanto andava oltre i limiti, Hamilton lo ha fatto con più furbizia. Schumacher, come raccontano i compagni, ti metteva pressione anche lasciandoti fuori dal bagno quando ti scappava a pochi minuti dal via delle prove o della gara. Hamilton non è da meno. E come Schumi sa ingigantire le sue imprese.

   Sulla Gazzetta dello sport il confronto è affidato a Damon Hill, campione del mondo 24 anni fa, figlio del grande Graham, per nove anni avversario di Schumacher in Formula 1. Hill scrive che se entriamo nel dettaglio delle loro caratteristiche di guida, credo che Schumacher seppur molto veloce non fosse il fenomeno sul giro secco da qualifica che poteva essere Ayrton Senna. Ma ciò che faceva in gara era davvero incredibile. Hamilton al volante è un pochino più fluido, sembra più calmo e rotondo. Ed è curioso vedere come alla radio, invece, succeda l’opposto: quando Lewis si collega sembra abbia sempre i pantaloni in fiamme, mentre Michael parlava con la tranquillità di uno che stava andando in spiaggia. Ma era capace di essere più intimidatorio. Hamilton lo è meno, non usa la vettura allo stesso modo

Sono molto diverse anche le persone, racconta, perché Lewis è tutto emozioni, enfasi, espressione diretta dei suoi sentimenti. Con Michael, al contrario, non avevi idea di cosa provasse, teneva tutto dentro di sé. Per il poco tempo in cui siamo stati insieme, in privato, mi è sempre sembrato un ragazzo a posto e simpatico. Ma di lui vedevo solo una parte, era davvero molto riservato.

Molto interessante la parte in cui spiega come si fa a dominare e a raggiungere un risultato (91 GP vinti) che dopo Schumacher pareva irraggiungibile. Scrive Hill che “conta molto la relazione che questi giganti sviluppano all’interno del loro team. È come mettere un cristallo in una soluzione liquida: un pilota così talentuoso diventa essenziale per tirar fuori il meglio degli altri, come un catalizzatore, ingegneri e meccanici gli si stringono intorno e danno il massimo. Succede se sei Senna, Schumacher, Hamilton. O, già ora con la Red Bull, Max Verstappen”.

Quando festeggiò il suo ultimo titolo nel novembre scorso, già partì il dibattito su chi fosse the greatest. 

È il miglior pilota che abbia mai visto in pista. Ha il fattore wow – scrisse Johnny Herbert sul Guardian – ha la capacità di scavare e trovare qualcosa di speciale, di tirarlo fuori dalla borsa quando necessario. È la sua capacità di guidare al limite che mi cattura. È semplicemente eccitante da guardare. Possiede una forza mentale che non ho visto in altri piloti

Frédéric Ferret su l’Équipe provò a raccontare la differenza tra i due attraverso il modo nel quale il cinema si era interessati a loro. Scrisse: Schumi è sempre stato un idolo, non ha mai fatto sforzi per diventarlo. Dal suo pensionamento (fine 2012) è diventato un’icona. E dal suo incidente sugli sci (dicembre 2013) una leggenda. Al culmine della sua carriera, Schumacher poteva permettersi di apparire nel ruolo di se stesso in un Asterix (ai Giochi Olimpici). Hamilton deve accontentarsi di aver doppiato un assistente elettronico in Cars 3

Marco Evangelisti su Corriere dello sport-Stadio si dedicò al racconto delle metamorfosi di Hamilton. Abbiamo visto il ragazzo che voleva piacere a tutti e ci riusciva, raccontando dei suoi splendori e soprattutto delle sue miserie, cavando di tasca il crocifisso, appoggiandosi al fratello sofferente di una malattia neurologica. Il cocco delle giurie che poteva combinarne quante voleva, sarebbe stata sempre colpa di qualcun altro. Il furbacchione perdonato perché confessava pentito le sue bugie, quasi in lacrime (e ne raccontava, ai commissari di gara, tanto che una volta a Trulli riuscì di farlo penalizzare in seconda istanza). Il fidanzato del mondo, il compagno di modelle e cantanti, il campione gaudente. Il predicatore ambientalista, il vegano, il seminatore di saggezza sui social. A seconda dei mezzi di comunicazione che stagione dopo stagione prendevano il sopravvento, dopo i giornali le trasmissioni di pettegolezzi, quindi i social network”.

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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