Quest’anno saranno 10 anni. Dieci anni da quando Michael Schumacher è caduto sugli sci e ha cominciato a vivere in un mondo parallelo dove solo i suoi cari e qualche raro amico (come Jean Todt) può entrare. Inutile fare speculazioni sulle sue condizioni. Chi sa la verità non parla, non racconta, non tradisce la volontà della famiglia di rispettare la privacy.
Possiamo essere d’accordo o no con la decisione (io ad esempio credo che i tifosi meritassero di sapere), ma la decoisione è questa e va rispettata per di Michael.
Il decennale dall’incidente porterà molri ricordi. Ha cominciato La Stampa, cercando di strappare qualche notizia da Jean Todt che però non ha aggiunto nulla a quanto ha sempre detto: «Michael è un amico,
lo considero parte della mia famiglia», racconta Jean Todt, il capo della Ferrari invincibile dei primi anni Duemila. «Vado a trovarlo regolarmente, in passato abbiamo seguito dei Gran premi in tv».
Ricordo che una volta mi raccontò: “Io non credo in Dio, ma da quando Michael ha avuto l’incidente, ho incominciato a pregare”.
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Ecco l’intervista di Stefano Mancini su La Stampa
Interessante anche la sua risposta sul Singapore Gate e il caso Massa. Quasi un’ ammissione di colpa: «Non entro nella polemica. Per lui psicologicamente è stata molto dura. Forse potevamo essere più duri
quando si è saputo di questa storia. Non c’è dubbio che il Gran premio di Singapore
è stato truccato e andava cancellato».



