Hamilton scopre la diplomazia: “Si ottiene di più discutendo che imbarazzando”

Lewis Hamilton si confessa con l’edizione britannica di Wired e dalle sue parole emerge un cambiamento nel suo atteggiamento. È un Hamilton diplomatico. Racconta di «aver scoperto che ci sono momenti in cui bisogna essere molto diplomatici, dove si ottiene di più discutendo in privato che imbarazzando le persone».

Nell’intervista con l’edizione britannica di Wired, Lewis torna sul suo impegno per la difesa dei diritti civili e sul suo ruolo di attivista per Black Lives Matter. «Penso di voler essere uno dei responsabili del cambiamento, un catalizzatore. Spero tra dieci anni di potermi guardare alle spalle e dire che ho impiegato bene il mio tempo e che ho fatto le scelte giuste, che ho avuto un impatto positivo».

Nelle ultime settimane qualche tirata d’orecchie gli era arrivata. A cominciare da Bernie Ecclestone che aveva esplicitamente detto come se ci fosse ancora lui questa storia dei piloti che si inginocchiano sarebbe bell’e finita, o forse non sarebbe mai iniziata… Un punto di vista personale.

Anche Stefano Domenicali, attuale capo di Liberty Media, con molta più prudenza e diplomazia, ha parlato di dimostrazioni che devono unire e non dividere, cambiando indirizzo e linee guida sulle manifestazioni dei piloti prima della partenza.

Tutti messaggi su cui Lewis deve aver riflettuto.

Nel lungo articolo per Wired, Amit Katwala racconta di come da bambino Hamilton si fosse guadagnato il soprannome di Aquila dai suoi amici “per la acutezza visiva”, Coulthard lo paragona a un tipo che “cammina sulle piastrelle bagnate con le scarpe di cuoio, conoscendo l’arte di regolare automaticamente l’andatura per compensare il cambiamento dell’attrito”, mentre l’ex compagno di squadra Heikki Kovalainen è più schietto e dice che «Hamilton ha dei sensori nel culo». Volete che uno così non capisca che l’aria intorno a lui è cambiata? 

Ora Hamilton risponde a chi lo accusa di incoerenza tra la partecipazione al Mondiale di Formula 1 e le sue posizioni ambientaliste che «ritirarsi dalla Formula 1 avrebbe poco senso. Potrei smettere. Non guiderei più un’auto su 20 piste diverse, volerei di meno. Ma se mi fermo io, non è che tutti si fermano per me». S’è già chiusa la sua fase dell’Utopia. 

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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