Sì la Dakar esiste ancora…in Arabia Saudita. E papà Sainz la vuole rivincere…

Incredibile ma vero la Dakar esiste ancora ed è pronta a partire per la sua seconda edizione in Arabia Saudita con Carlos Sainz senior, il papà del nuovo ferrarista, pronto a vincerla per la quarta volta a 58 anni…

L’Arabia Saudita ha chiuso i suoi confini di terra e di mare, ha sospeso i voli internazionali, ma ha fatto entrare le macchine e le moto della Dakar, che per il secondo anno di fila si corre nel suo deserto. L’organizzazione ha noleggiato dei charter per portare il carrozzone tra le dune ma il covid non ha fermato l’avventura. Dopo 48 ore in isolamento e un secondo test PCR dopo quello prima della partenza, i negativi sono stati autorizzati a raggiungere lo stadio King-Abdallah, sulle rive del Mar Rosso.

Oggi c’è un prologo, domani l’inizio vero e proprio. Gli iscritti sono 291 (127 auto, 119 moto e quad, 45 camion), ai quali si aggiungono i 25 concorrenti della Dakar Classic.

Il percorso 2021 è di 7646 km, dodici tappe (di cui 4767 km di speciale), nella direzione opposta all’anno scorso, con arrivo a Jeddah il 15 gennaio anziché a Qiddiyah. Per il direttore David Castera si tratta di «un percorso più difficile e più tecnico. Siamo riusciti a rinnovarlo fortemente, con il 90% di nuove piste. Abbiamo aggiunto le dune e cercato di bandire i grandi tratti pianeggianti».

L’equipe stamattina dà notizia di una decina di positivi ai test, tra cui tre o quattro piloti e co-piloti. Chi è positivo, ovviamente non parte. Rimarrà in hotel per otto giorni. A differenza del Tour de France, non ci sarà l’esclusione di una squadra intera in caso di più contagi. Saranno limitati i contatti tra i diversi gruppi di accreditati: concorrenti, organizzazione, media. Alcuni piloti hanno chiesto di avere docce e servizi igienici privati.

“Non vogliono che la loro Dakar finisca dopo quattro giorni. Il loro investimento andrebbe in fumo” scrive l’Équipe . L’organizzazione ha istituito un laboratorio in grado di eseguire 50 test PCR al giorno. Al seguito c’è anche un epidemiologo. 

La novità è nell’airbag che i piloti delle moto saranno obbligati a indossare. Una misura introdotta un anno dopo le morti di Paulo Gonçalves, portoghese, 40 anni, vittima di una caduta nella settima tappa, ed Edwin Straver, 48 anni, caduto nell’undicesima tappa e rimasto in agonia per otto giorni. “Pietre, sanguinamenti, dossi, buche, curve mal affrontate, velocità eccessiva, stanchezza: l’elenco dei pericoli che attendono i piloti non finisce mai” sottolinea l’Équipe aggiungendo che “anche per tutti questi motivi vengono e tornano. Per l’avventura, la scoperta, la sfida, la passione, l’adrenalina, la ricerca dei propri limiti”. 

Da quando esiste la Dakar (1978) sono stati 21 i piloti morti. L’organizzazione spiega che durante gli incontri avuti con la Federazione internazionale e i team manager, sono stati spesso proprio i piloti a opporsi a regole più stringenti, nel timore di un limite alle prestazioni. L’airbag, a ogni modo, non si può togliere. Un giubbotto che protegge cervicale, colonna vertebrale, schiena, torace e addome, gestito dall’elettronica e dai sensori che rilevano movimenti anormali. In caso di urto o di caduta, il sistema si attiva e l’airbag si gonfia. 

L’altra misura di sicurezza presa è la limitazione al numero di pneumatici posteriori: da 12 a 6. Lo scopo è costringere i piloti a ridurre il ritmo ma Adrien VanBeveren si dice «totalmente contrario e non credo ci sia nessun pilota superiore a favore. Non ci rallenterà. Continueremo a spingere e avremo una gomma che ha meno grip e frena meno. Per me sarà più pericoloso». 

L’anno scorso hanno vinto Carlos Sainz tra le auto e Rick Brabec tra le moto. Tra gli sfidanti più attesi: il francese Stephane Peterhansel, il principe qatariota Nasser Al-Attiyah, il sudafricano Giniel De Villiers, l’eroe del luogo Yazeed Al-Rajhi, il polacco Jakub Przygoński, il campione del mondo di rally Sebastien Loeb alla sua quinta Dakar.

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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